A cura di Stefania Ricatti
In occasione della rassegna “Castello Cinema”, la Piazza d’Armi del Castello diventa spesso luogo di riflessione e dibattito sulle tematiche più disparate. Giovedì la proiezione di ”Abbraccialo per me”, il film di Vittorio Sindoni, è stata preceduta da un incontro dal titolo “Disabilità e famiglia-Dopo di noi, non lasciamoli soli”, per analizzare le difficoltà di una famiglia che si trova ad affrontare una realtà dolorosa come la disabilità intellettiva di un figlio. Ospite d’eccezione è stato Moisè Curia, che interpreta il ruolo del protagonista Ciccio, un ragazzino come tanti, con la passione per la musica, che inizia a manifestare sintomi di “diversità”.
Già noto al pubblico per l’interpretazione nella serie televisiva “Braccialetti Rossi”, Moisè ci ha raccontato le difficoltà nell’interpretare un ruolo così delicato, il faticoso lavoro che si cela alle spalle della sua eccellente interpretazione-che lo ha portato a vincere il Premio Biraghi 2016-e una riflessione sul messaggio lanciato dalla pellicola.
Uno dei temi fondamentali del film è la difficoltosa accettazione della disabilità mentale di un figlio. In che modo i due genitori reagiscono alla problematica e cosa rappresentano i due atteggiamenti diversi?
«Il film racconta una realtà molto comune, purtroppo, ovvero la disgregazione del nucleo familiare in seguito alla scoperta della malattia di un figlio. Il padre accetta fin dall’inizio la disabilità, e vuole trovare un modo per curarla. La madre invece fatica ad accettare la realtà, per lei Ciccio è il bambino più bello del mondo. Infine capisce che è il momento di staccarsi da lui e di farlo vivere in un ambiente più consono alle sue necessità, ovvero una clinica dove Ciccio troverà il suo posto. Una rottura nelle famiglie si verifica molto spesso, perché è difficile gestire una situazione così complessa».
Ciccio è un appassionato di musica. Che valore ha la musica per una persona affetta da disabilità intellettiva?
«Per interpretare questo ruolo ho incontrato molti ragazzi, e ho potuto notare che spesso la musica, la pittura, e l’arte in generale rappresentano il loro modo di esprimersi. Ciccio tira fuori il suo mondo interiore, ciò che non riesce a raccontare, attraverso la batteria. È la sua forma di espressione, una sorta di linguaggio che lo aiuta a comunicare. Abbiamo voluto raccontare anche questo legame tra disabilità intellettiva e arte perché è molto frequente».
Pensi che l’Italia sia preparata da un punto di vista culturale e strutturale ad accogliere e accettare la disabilità?
«Sicuramente c’è un’arretratezza di tipo culturale, siamo abituati ad allontanare i diversi, i cosiddetti “invisibili”, piuttosto che integrarli. Forse siamo ancora un passo indietro, abbiamo paura di una realtà che conosciamo poco. Per quanto riguarda le strutture, un esempio molto bello è il “Teatro Patologico” che si trova a Roma, diretto da un attore che ha abbandonato la sua carriera per seguire dei ragazzi con disabilità. Li porta in giro per il mondo a rappresentare opere come la “Medea”. È una forma di terapia, un modo per integrare e per far capire che fondamentalmente questi ragazzi non sono poi così diversi da noi. Il messaggio del film è proprio questo, che non bisogna voltare le spalle al “diverso”, ma occorre riscoprire il valore di una carezza come forma di terapia».
