Il tragico incidente che ha portato alla morte di tre ragazzi lo scorso 15 luglio ha scosso l’intera città, in particolare i giovani. Fare i conti con la morte di un coetaneo così presto, in un modo così violento che è rimbalzato sulle cronache nazionali, è fortemente scioccante, non solo per i conoscenti e gli amici delle vittime. A questo si aggiungono le polemiche e i giudizi, che hanno accompagnato la narrazione della vicenda.
«Ma i ragazzi in questo momento non hanno bisogno di giudizi, bensì di comprensione» ci spiega Don Massimo, viceparroco della Chiesa S. Paolo a Barletta. Come molti altri sacerdoti della città, Don Massimo è a contatto con i giovani che frequentano le parrocchie, tra cui alcuni direttamente colpiti dalla tragedia e ha accettato di raccontarci la sua esperienza.
«Dopo l’evento, i giovani si sono sentiti tutti attaccati, indistintamente e senza differenze- ha dichiarato- Sono stato contattato da un ragazzo della parrocchia che aveva bisogno di parlare e di sentire una voce esterna, pacata, che non avrebbe giudicato. Non cercava risposte, solo ascolto». La conversazione, che è stata trascritta sulla pagina Facebook “Oltre- Rubrica a cura di Massimo Serio”, in cui Don Massimo scrive periodicamente di vari temi, ha raggiunto migliaia di visualizzazioni ed è un faro puntato sulla realtà dei giovanissimi, colpiti da uno shock collettivo difficile da metabolizzare.
«Molti sono convinti che i ragazzi siano sprezzanti del pericolo, ma non è vero. Loro per primi non hanno giustificato questo episodio. Sanno prendere le distanze dagli errori e da ciò che è accaduto, ma lo fanno con il loro linguaggio e le loro “frequenze”, che evidentemente non sono quelle della condanna e del giudizio. Vogliono confrontarsi, cercano qualcuno che possa partecipare al loro dolore. E da questi punti di rottura noi adulti dobbiamo incunearci e approfondire canali di comunicazione. Gli adulti ancora una volta hanno perso l’occasione di aprire un dialogo, deviando il discorso e commettendo l’eterno errore della generalizzazione. Non è un caso che tantissimi ragazzi abbiano abbandonato Facebook, preferendo altri social network. È diventato un luogo di urla e di scontro».
«Il punto esatto di questa vicenda, personalmente lo riscontro quando ad un certo punto del dialogo, mi spiega che per amicizia un ragazzo farebbe di tutto e non percepisce il pericolo. I giovani sono più emotivi, noi forse più razionali, ma danno un valore assoluto all’amicizia. Ed è questo che bisogna incanalare nel modo giusto. Ciò che possiamo fare è aiutarli a capire che due veri amici capiscono insieme quando una strada è impraticabile e trovano un’altra soluzione, quella più sicura. Dobbiamo diventare compagni di viaggio».
L’esperienza di Don Massimo deriva da 5 anni nel ruolo di educatore di una comunità, un ruolo in cui riconosce al tempo stesso un privilegio e una responsabilità. «Il privilegio è dato dal punto di osservazione. Se un ragazzo mi chiama capisco che c’è fame di dialogo. A quel punto subentra la responsabilità perché questa fame non si perda. Mi attrezzo per fornire gli strumenti, pur consapevole che l’altro non necessariamente se ne servirà. Ma non per questo bisogna rintanarsi. Gettare la spugna non è per un educatore. Dopo aver avuto questa conversazione mi sono detto “Ho un patrimonio così grande, devo condividerlo”. Non voglio fornire risposte o soluzione, voglio stimolare una riflessione e sentirmi vicino».