«Questa città sarebbe stata così, sarebbe stata questa Barletta, se non avesse avuto il suo porto?». Questa la lettera aperta alle istituzioni a firma del presidente dell’ArcheoBarletta, Pietro Doronzo, mettendo al centro la tutela e la visibilità di un monumento sconosciuto ai più.
«Forse i suoi cittadini avrebbero avuto quel carattere passionale, accogliente e, talvolta, bonariamente ‘ingombrante’ che li contraddistingue e che hanno ereditato dall’Adriatico selvaggio di dannunziana memoria. Sarebbe stata come la conosciamo oggi?

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No, certamente no. Da sempre, infatti, la presenza di un’ansa accogliente sulle sue rive ha avuto il potere di dare vita a un sistema antropizzato del territorio che ha portato alla vita, nel Medioevo, di una città ricca e influente che ringraziava, per le sue fortune, il suo porto col quale si realizzavano importanti commerci e che si prestava ad accogliere chi partiva o tornava dalla Terra Santa. La storia cittadina, da allora in poi, è nota ed è indubbiamente legata al suo porto, a quell’isola a ridosso delle sponde costiere su cui si è insediata tanta vita, tanta economia, tanta speranza. L’impegno di alcune amministrazioni pubbliche locali sta portando a – il gioco di parole è necessario – riaccendere un faro su questo rilevante luogo di Barletta per troppi anni lasciato in una nicchia dell’economia nazionale. Il porto sta diventando destinatario di diversi finanziamenti, non ultimo quello europeo, che offre pacchetti turistici esclusivi a coloro che intendono trascorrere soggiorni sia in mare aperto che in località raramente inserite nei convenzionali circuiti turistici e vede il nostro porto tra quelli di interesse.

Alla luce di questo rinnovamento l’associazione ArcheoBarletta vuol invitare le autorità competenti, dalla Regione Puglia al Comune di Barletta, dall’Autorità Portuale al Ministero della Difesa (proprietario dell’immobile) all’Agenzia del Demanio fino alla competente Soprintendenza, a tenere in viva considerazione il faro noto come napoleonico. Esso, infatti, verte in uno stato di degrado e abbandono dovuto alla mancanza di manutenzione, oltre agli effetti causati dal costante contatto con la salsedine e i venti. La storia di questo luogo lo inserisce tra i più interessanti siti monumentali: in seguito al riconoscimento, nel 1798, del porto di Barletta a “stazione navale“, per volere di Giuseppe Bonaparte, re di Napoli, nel 1807 fu, infatti, costruito il Faro su progetto dell’architetto barlettano Domenico Luigi Chiarelli. All’epoca esso era sulla parte est dell’isola; alto 15 metri, formato da una base quadrangolare in pietra calcarea e una torre cilindrica in mattoni pieni. L’impianto luminoso sino al 1913 era alimentato ad olio con luce fissa, poi ad intermittenza con acetilene: il farista doveva caricare ogni 4 ore il meccanismo rotante ad orologeria che faceva girare la lanterna; infine era alimentato ad elettricità. Il faro è stato attivo sino al 1959, sostituito da quello nuovo.

La struttura, insieme all’abitazione del farista, può divenire luogo aggregativo della cultura turistica nonché centro di nuove professionalità, perché si presta a essere sede di diversi interventi: da area museale a luogo di accoglienza turistica, fino ad area didattica per le nuove generazioni, che mai hanno goduto questo incantevole sito. Illuminiamo la nostra città di una luce nuova, la luce della ripresa, la luce della speranza che tanto è necessaria in questo periodo storico, perché lo stesso porto che diede lustro al passato di Barletta aiuti questa città a rinnovarsi e, perché no, a rinascere con luce nuova».