A cura di Lucia Pepe

Un viaggio al tramonto attraversando il Nord Italia nei primi mesi della primavera con i raggi del sole bassi all’orizzonte che illuminano una distesa di alberi di pino e regalano solo ad uno di questi delle sfumature violacee. Nasce così l’idea del nome “A violet pine” per il nuovo progetto musicale che tre ragazzi di Barletta in viaggio stavano formando al momento del viaggio.

Era il 2010 e al basso non c’era Luca Ormas ma Paky Ragnatela ad affiancare i fondatori Beppe Procida (voce, chitarra e synth) e Paolo Ormas (batteria). Adesso che di anni ne sono passati, rimane per la band la ricerca dell’inusuale e del particolare a cui si aggiungono ora anni di prove in sala studio, concerti e registrazioni.IMG-20160307-WA0001 (1)

Il genere proposto dai barlettani è post-rock con sfumature dark-wave e “una spruzzata di elettronica”. Dopo aver partecipato ad una compilation tributo ai Pink Floyd –interpretando il brano “Embryo”- nel 2013 esce il primo disco dei Violet Pine con la Seahorse Recordings dal titolo “Girl”. Nel 2015, tra live e festival, è la volta del secondo album “Turtles” -edito questa volta dalla Rock Records- e del video “New Gloves”, seconda traccia del disco. Nel 2016 esce “Turtles remixes” in cui vari producers del mondo dell’elettronica rivisitano i brani del trio. Last but not least,  risale a un mese fa l’uscita della compilation “A Silent Age” (tributo ai The Sound, band seminale in ambito new wave e post punk) alla quale i Violet partecipano con il brano “Sense of Purpose” con un featuring di Ivan Piepoli dei Baby Screams.

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Così, mentre la band è attualmente in tour e contemporaneamente alle prese con la scrittura del nuovo album, è Paolo,il batterista, a parlarci della strada che sta percorrendo la band a partire dall’entusiasmo registrato dall’uscita di Turtles: «L’album è stata accolto in maniera estremamente positiva dalla critica ed è stato un lavoro cruciale per noi; una maggiore consapevolezza e una direzione musicale ben delineata –racconta Paolo- hanno fatto sì che si sia trattato di un passo veramente importante. In più la collaborazione con la T.a.Rock Records ha portato una freschezza di idee che ha giovato soprattutto dal punto di vista della produzione. Lo stiamo portando ancora in giro grazie anche alla collaborazione con il booking di  Darkitalia che ci ha permesso di aprire gli show di importanti nomi internazionali in ambito dark-wave come gli inglesi Skeletal Family e i francesi Rendez-vous». E mentre ad occuparsi dei video c’è la Rumax filmakers, negli anni la band ha affiancato anche artisti italiani del calibro di Tying Tiffany e His Clancyness; intanto dal cambio di formazione non poteva non cambiarne l’esibizione live: “Sul versante live la formazione è cambiata per cui abbiamo portato in giro uno spettacolo molto diverso da quello che era stato in passato. C’è un’attenzione ancora maggiore al groove e le tante date in giro hanno amalgamato la formazione cambiandone il passo. Cerchiamo sempre di rinnovarci anche perché siamo partiti essenzialmente come formazione di musica elettronica per poi diventare con il secondo album un gruppo rock a tutti gli effetti; per il terzo album magari ci esibiremo con l’ausilio di elementi esterni o strumenti diversi, vedremo”. Artisti di riferimento? «All’inizio eravamo molto orientati ad un sound alla Massive Attack/Nine Inch Nails, con il tempo ci siamo spostati sull’asse Mogwai/The Cure, per i prossimi lavori speriamo di essere solo A Violet Pine».

E mentre la band post rock ha lo sguardo puntato ad un sound internazionale, deve però fare i conti prima di tutto con l’ambiente musicale pugliese: «Alla fine degli anni ’90 quando abbiamo iniziato con altri progetti musicali, c’erano sicuramente meno musicisti e meno locali-soprattutto in Puglia-ma c’era anche più passione e curiosità –conclude Paolo- Oggi ci sono più band, la musica è alla portata di tutti e puoi anche farti un disco in casa ma quello che manca è il pubblico: è un mordi e fuggi che dura lo spazio di una giornata. Chiaramente ci sono ancora delle nicchie di appassionati, che non hanno solo gli occhi sullo smartphone, ma si tratta per lo più di coetanei o colleghi musicisti. Gli adolescenti non sono interessati ai contenuti, vogliono tutto e subito».