Nel giorno in cui inizia il II Convegno internazionale di studi “Storia della città”, organizzato dal Centro Studi Normanno-Svevi, diamo pubblicazione all’intervista rilasciataci dal dott.Victor Rivera Magos, dell’Università della Basilicata e coordinatore del progetto.
Qual era la situazione geopolitica del Mezzogiorno d’Italia, e in particolare di Barletta, alla vigilia del 13 febbraio 1503?
«La città è al culmine del suo apogeo, quando entra Consalvo da Cordova non è una città marginale o periferica. Anzi. Qui c’erano motivi per la sua importanza come il porto, ma anche alcune comunità di banchieri e mercanti che qui operavano, come i fiorenti, catalani, veneziani, ragusei. Una vera e propria città internazionale; ma non è una città emporio che usava il porto unicamente come collegamento fra la terra e il mare, ma al suo interno aveva un importante corpo politico legato alle importanti famiglie, prima fra tutte quella dei Della Marra in quel momento al culmine della sua vicenda internazionale. Questi, fedeli alla corona francese, presto entreranno in conflitto con re Ferdinando d’Aragona a cui erano vicine altre potenti famiglie barlettane. Anche i populares rappresentavano uno spaccato sociale piuttosto elevato (notai, giudici, mercanti). Qui a Barletta nel 1459 si era fatto incoronare Ferdinando; tuttavia, la città quando arriva Carlo VIII nel 1494/95 si dà ai francesi, ma poi torna a essere fedele ai d’Aragona e chiede a Ferdinando di essere nuovamente incoronato in città, un vero e proprio bis come lo chiese anche Napoli ugualmente divisa nel corpo sociale tra i fedeli ai francesi e quelli agli spagnoli».
Lei è uno storico e un medievalista, il Medioevo è convenzionalmente terminato con la scoperta dell’America (1492) cioè pochi anni prima della Disfida di Barletta avvenuta nel 1503. Quali ancora le tradizioni, gli strascichi culturali, i retaggi medievali a Barletta in questo inizio di Rinascimento?
«La scelta del 1492 come spartiacque tra le due epoche, acquisisce valore differente per il Meridione d’Italia: se il limite è solcato per la Penisola Iberica, la Francia e le altre potenze europee che iniziano il loro percorso atlantico, per quanto riguarda il Mezzogiorno le cose sono un po’ diverse. Il mar Mediterraneo è ancora il centro del mondo e lo resterà almeno sino agli anni ’30 del 1500. È anche vero che la Disfida inaugura quella presenza di umanesimo civile anche qui, antesignano del Rinascimento fiorentino. Siamo ancora, quindi, nel Medioevo, ma all’inizio del Rinascimento».
Negli scorsi giorni abbiamo assistito al ripristino del gemellaggio con la città di Capua: la figura di Ettore Fieramosca cosa ha rappresentato per l’Italia tutta? Cosa deve rappresentare per Barletta?
«Il gemellaggio è importante, secondo me, non solo per finalità turistiche che certamente ci saranno o per questioni ‘campanilistiche’, ma ricordiamo che Barletta e Capua hanno diversi e profondi legami storici, oltre che legati alla conservazione documentaria, ma anche la ricostruzione seicentesca dell’Anonimo di Veduta è la riedizione di un manoscritto capuano del 1543. La figura di Ettore Fieramosca è certamente centrale, anche se oggi ha perso la sua valenza di capitano di ventura al soldo dei Colonna, diventando uno degli eroi mitici della nostra rappresentazione. Il mito della Disfida deve restare, ma dobbiamo evitare di schiacciare tutto sulla figura di un unico personaggio, analizzando un fenomeno ricco e frammentato».
Chi è il vero protagonista della Disfida di Barletta?
«I protagonisti sono sicuramente i cavalieri che l’hanno combattuta, i cui nomi sono giunti da una lunga tradizione, e anche Consalvo da Cordova, il grande deus ex machina di questa vicenda utilizzandola per prendere tempo con i francesi, aspettando i rinforzi provenienti dalla Sicilia, dalla Calabria e dalla Spagna. E aggiungerei che i grandi protagonisti della Disfida sono i tanti barlettani che hanno scritto e approfondito, lasciando memoria del momento storico».
Storia e cultura, ma anche tradizione e folclore: come far convivere questi elementi in maniera armonica nelle rievocazioni della Disfida?
«Dobbiamo essere in grado di sprovincializzare, di guardare all’evento con uno sguardo nuovo, per proiettare la rievocazione nel futuro: riproporre stancamente il passato vuol dire essere decenni indietro rispetto ad altre realtà territoriali che hanno rievocazioni del passato anche importante e hanno saputo costruire su quelle con serietà e professionalità modelli per il proprio futuro. Dobbiamo essere meno nostalgici».
Qual è l’impegno del Centro Studi Normanno-Svevi nell’organizzare queste giornate di studio e approfondimento, oggi e domani?
«È la prima volta che verranno storici spagnoli, francesi e italiani a discutere insieme degli aspetti riguardanti le vicende della Disfida di Barletta. Come Centro Studi ci vogliamo impegnare per l’approfondimento scientifico della storia cittadina, con un approccio internazionale grazie all’intervento di molti istituti di ricerca e università anche straniere, con una serie di convegni appunto internazionali che contiamo di sviluppare anche nei prossimi anni. Ad esempio l’anno prossimo ci dedicheremo al ‘900, tema mai affrontato in maniera approfondita, e poi anche sugli archivi delle importanti famiglie cittadine».





































