Sono passati 40 anni dal rapimento e dall’uccisione di Aldo Moro, all’epoca presidente della Democrazia Cristiana, già Presidente del Consiglio dei Ministri; ma sono anche 60 anni dalla sua inaugurazione dell’Antiquarium di Canne della Battaglia come ministro della Pubblica Istruzione. Sempre legato alla sua Puglia, ne tracciamo un ricordo con il sindaco di Barletta in quegli anni, Armando Messina, nonché consigliere comunale fino al 1985 poi consigliere provinciale fino al 1990.

Messina, sindaco di Barletta (luglio 1976 – novembre 1978) democristiano (con maggioranza ‘bicolore’ DC-PSI e appoggio PRI-PSDI) proprio nei giorni del rapimento e dell’uccisione del Presidente Moro: quali i suoi ricordi di quel 16 marzo (rapimento di via Fani) e del 9 maggio (ritrovamento del cadavere nel portabagagli di una Renault 4 blu in via Caetani)?

«La nostra fu una prima esperienza di apertura al PCI, di cui il sen. Borraccino era capogruppo. Fu un’esperienza particolare, perché fummo i primi a Barletta a realizzare questa “convergenza parallela”, che tra l’altro Moro sosteneva. Considerando i particolari momenti che l’Italia stava vivendo, che erano quelli delle Brigate Rosse, ci fu da parte del PCI una benevola astensione che noi accettammo molto volentieri. Tanto era particolare il momento politico che anche il MSI, provocatoriamente all’elezione del sindaco, si astenne ed io fui costretto a dire che i voti del MSI non erano determinanti per la formazione della maggioranza. Io facevo il Sindaco a tempo pieno, e dalle 8.30, quel 16 marzo ero già in Comune. Apprendemmo la notizia dalla radio. Ci fu un allarme completo da parte di tutti i consiglieri e io come prima cosa decisi proprio di convocarli tutti per vedere che cosa potevamo fare, quali iniziative intraprendere a seguito di questa situazione. Erano due i problemi che vennero fuori: lo shock in sé per il rapimento di Moro che era il Segretario del Partito e stava preparando il Governo insieme ad Andreotti; e poi c’era il problema della sicurezza nazionale: l’ignoto per cosa sarebbe successo, la rivoluzione? Convocai tutte le forze politiche, anche quelle che non facevano parte della maggioranza organica. Ricordo benissimo accanto a me Borraccino, gli esponenti del Partito socialista, Romanelli, Borgia, Paparella, tutti allarmati dalla situazione che si poteva creare anche a Barletta. Convocammo subito un Consiglio comunale straordinario per un’allerta delle forze politiche e per decidere cosa potevamo fare. Il Consiglio comunale all’unanimità decise di seguire con attenzione l’evolversi della situazione. Contestualmente organizzammo un comizio in piazza Roma, oggi piazza Aldo Moro, con tutte le forze politiche e parlammo a sostegno della liberazione di Moro. Successivamente, durante la sua prigionia, prendemmo delle iniziative affinchè venisse liberato, perché la mia personale posizione, ma anche quella di Barletta era quella a favore della trattativa per liberare Moro, essenziale per la vita del Paese e non solo del Partito. Quando fu ritrovato il cadavere potemmo solo prendere atto a malincuore del tragico epilogo della vicenda.

Con Moro ho avuto rapporti diretti poiché ero Segretario comunale della DC, che era divisa in correnti: nel territorio c’era la corrente morotea che era minoritaria, rappresentando appena il 6% degli iscritti, e la corrente lattanziana. Io partecipavo come moroteo a tutte le assemblee e riunioni che venivano tenute da Moro sia a livello nazionale che provinciale. A pochi mesi dal rapimento, fine ‘77 inizio ‘78, ebbi l’opportunità di avere dei colloqui personali con Moro, proprio per risolvere problemi amministrativi –  all’epoca esisteva proprio l’esigenza di sollecitare dall’alto lo sblocco dei contributi per la finanza locale, di cui avevamo necessità per sviluppare progetti su tematiche cittadine. Fui ricevuto da Moro, nel suo studio in via Savona a Roma, e ricordo che stavamo seduti su una poltrona, e passando dal tema amministrativo a quello politico si parlò di quali prospettive vi potessero essere per la formazione del nuovo Governo. Ricordo bene, e mi colpì molto questa cosa, che il Presidente era molto preoccupato, perché quando bisognava fare il nuovo Governo Andreotti, delle cosiddette convergenze parallele, c’era ovviamente all’interno della DC chi era a favore e chi era contro. E Moro mi esprimeva le sue perplessità dicendo: «Se noi non facciamo un Governo con l’astensione del Partito Comunista, in questo momento particolarmente difficile, siamo condannati all’opposizione» perché la DC non aveva più i numeri sufficienti per formare un nuovo governo, attesa la forza che aveva raggiunto allora il PCI, quasi uguale alla forza della DC, ma aveva in più anche l’appoggio del PSI. Allora, il dubbio che si poneva era, a parte tutte le valutazioni sull’opportunità politica di un governo che tenesse la DC come forza dominante: «Mettiamo l’ipotesi di finire all’opposizione, ma noi DC che siamo partito di governo da tanti anni, saremmo capaci di fare l’opposizione? Siamo all’altezza?». Questa fu una frase che io ricordo benissimo e che è stata premonitrice dell’attuale situazione. Quello che aveva Moro era la lungimiranza. Tutti gli riconoscevano questa abilità e superiori capacità intellettuali, progettuali, non a caso Moro era Presidente della DC».

Armando Messina e Aldo Moro
Armando Messina e Aldo Moro

Moroteo convinto da sempre: il legame dell’on. Moro con la sua Puglia si evince anche dalla circoscrizione elettorale di riferimento, sempre rimasta Bari-Foggia. era di più di un bacino elettorale?

«Con Barletta, Moro ha avuto sempre un rapporto particolare. Non mancava occasione quando veniva in Puglia di passare da Barletta. Una delle prime volte venne addirittura in una casa privata: aveva un rapporto con gli iscritti, molto diretto e personale. Anche noi a Barletta avevamo un gruppo di impegno politico, un gruppo di giovani, con cui Moro ebbe anche un rapporto stretto, per illustrare le particolari situazioni politiche della città. Per lui i giovani avevano la precedenza assoluta. Ricordo i comizi fatti a Barletta che erano super affollati. Una volta a piazza Conteduca la gente aspettò fino a mezzanotte, perché fece ritardo di due ore, ma la piazza era gremita».

Cosa vuol dire secondo lei oggi essere ex democristiani? La fine di Moro ha interrotto un percorso andato poi assai a rilento con l’apertura ai comunisti, e aggiungerei l’apertura dei comunisti.

«Lo sconforto. Perché la spinta che noi avevamo era una spinta di ideali. Noi eravamo morotei perché avevamo il progetto moroteo da portare avanti, cioè una sinistra moderata che si confrontava lealmente con le altre forze politiche e anche con le altre correnti all’interno della DC, cosa che oggi purtroppo non c’è più nei Partiti. Valgono i personalismi e non più le idee. E questo è grave».

Quali secondo lei i limiti della classe politica odierna rispetto a quarant’anni fa? In cosa sente la lezione del Presidente oggi? 

«Avevamo degli ideali per i quali si combatteva. Nel momento in cui si crede in un ideale, si fanno tutti i sacrifici possibili per seguirlo. Oggi non ci sono più ideali. La fine di Moro ha interrotto, deviato e rallentato quel processo politico, il percorso della storia e delle Istituzioni. Moro nelle sue famose lettere già prevedeva questa situazione, cioè cosa sarebbe stato dopo di lui, parlando del crollo delle ideologie. Oggi la politica è diventata un fatto di risoluzione di problemi personali. Ma può davvero la narrativa personale prevalere sul discorso ideale? Io credo di no. Nel momento in cui mancano degli ideali mancano dei punti di riferimento, la politica che senso può avere? Dopo le riunioni con Moro, andavamo a cena al Brigantino. Lui mangiava fisso solo orecchiette e cime di rape. In quelle serate ci parlava dei rapporti con Berlinguer e diceva: «Berlinguer è sardo e i sardi sono duri, ma quando dicono una cosa la mantengono». Non aveva dubbi di allearsi con i comunisti. Aveva dubbi sugli altri del suo partito che lo avrebbero ostacolato».

Esiste ancora il centrosinistra della lezione di Moro?

«Secondo me sì. Moro era per il confronto. Questo è importante. In politica conta il confronto con tutte le forze politiche. Fatti i vari distinguo sugli ideali, cioè non è possibile pensare ad una collaborazione con l’estrema destra, però il confronto con le altre forze politiche ci deve stare, poi vince la maggioranza. Così nascono i risultati positivi per la nazione».