Silenzio, paura e sgomento: i commenti di alcuni cittadini barlettani a poco meno di 24 ore dall’omicidio del barista Giuseppe Tupputi, freddato presso il suo bar, ”Morrison’s Revolution” ieri sera. Un amico, fratello e padre esemplare che lascia i suoi cari dopo un litigio finito male, terminato con l’esplosione di cinque colpi di pistola. Il proiettile fatale ha spezzato una vita innocente, una vita di un onesto lavoratore, una vita umana, macchiando Barletta del terzo omicidio nel giro di sei mesi, dopo la morte di Claudio Lasala nella notte tra il 29 e il 30 ottobre 2021, e quella di Michele Cilli, scomparso nelle prime ore del 16 gennaio scorso, il cui corpo non è stato ancora ritrovato.

Abbiamo raccolto in mattinata alcune impressioni di alcuni cittadini appartenenti ad una fascia d’età compresa tra i 20 e i 50 anni, in merito al tragico episodio di ieri. C’è chi, come Marco, teme un ritorno agli anni ’80 e ’90, decenni in cui Barletta fu protagonista in negativo di un’escalation di violenza senza precedenti, segnata da bagni di sangue tra clan rivali e da un’aria di paura che avvolse pesantemente la città. ”C’è incredulità-esordisce-e anche paura. Ormai non ci sentiamo più sicuri, è difficile anche camminare ed uscire. Stiamo tornando indietro, sembrano gli anni ’90. Ovviamente entriamo anche in campagna elettorale e i candidati si riempiranno la bocca di promesse, garantendo piena sicurezza per il futuro. La verità è che non è stato fatto nulla e la gente muore”. Gianna, giovane mamma, non ha nascosto preoccupazione per il futuro dei suoi bambini. ”Non è una città per bambini-prosegue-visto che ormai risulta difficile anche divertirsi. Non ci sono strutture adatte, non ci sono iniziative culturali e ludiche, nonostante il potenziale ci sia. Che futuro lasciamo ai nostri figli? Che futuro lascio ai miei figli? Ora basta, non ne possiamo più”.

Michele, giovane studente universitario, ha posto l’accento sul tema dell’invivibilità della città. ”La città è invivibile. Esprimo il mio dispiacere per la vicenda e tutta la mia solidarietà. Quando accadono queste cose ci si chiede di chi sia la colpa: controlli, istituzioni, responsabilità varie, ma la verità è che la situazione non è migliorata. Anzi è peggiorata. Viviamo in un Paese che non crea benessere, questo è indubbio, ma tutto parte dal nucleo famigliare, siamo in deficit e in decadenza sotto diversi aspetti. Quando accadono a queste cose è difficile pensare a soluzioni immediate, non possiamo che restare in silenzio. Fa male anche che spesso siano persone giovanissime ad avvicinarsi al pericoloso mondo della criminalità: questo è pericolosissimo. La forza di una città è fondata sull’apporto delle nuove generazioni, se iniziamo a perdere diversi ragazzi non ne usciamo veramente più”.

Altro problema, l’omertà, come sottolineano Giuseppe e Sonia. ”L’omertà in questa città è spaventosa. In molti sanno, ma nessuno parla. La parola è un’arma importante, non possiamo stare in silenzio. Sull’episodio non possiamo che ribadire quanto detto dai nostri concittadini: abbiamo paura, usciamo e non ci sentiamo sicuri. Come pretendono che i ragazzi possano decidere un giorno di lavorare e vivere a Barletta?”. In tanti invece hanno preferito non esprimersi, ”parlando” tuttavia attraverso i loro gesti e i loro corpi. Il senso di sfiducia nei confronti della città è, per molti cittadini, massimo.

Dopo l’ennesimo episodio di cronaca nera, diventa imminente e necessario un imperativo: bisogna agire. Il tempo delle parole è abbondantemente terminato, non è più tempo di promesse, di proclami, di slogan, di iniziative fine a se stesse. Barletta deve svoltare, deve invertire la rotta. Ne potrebbero andare di mezzo innocenti come Giuseppe, che ha lasciato la sua famiglia in una sera lavorativa, apparentemente normale e tranquilla come quelle precedenti. Ne potrebbe andare di mezzo il benessere della città, ne potrebbe andare di mezzo il nostro futuro.

A cura di Giacomo Colaprice