Davide Selim Damato è un giovane barlettano che spontaneamente ha deciso di dare vita ad un’associazione di volontariato per i senzatetto, fornendo loro un orecchio teso ad ascoltare la loro vita, le loro storie, una mano pronta a fornire aiuto nelle piccole difficoltà quotidiane che derivano da una vita passata per strada, in possesso di nulla. Di Davide ci ha colpito la freschezza e la genuinità. Raramente capita che un giovane ventiduenne si dedichi al prossimo di propria volontà senza ricevere nulla in cambio. Davide ci è sembrata una bella, bellissima eccezione, e “La voce dei senzatetto” è la sua voce, la sua anima, la sua vita.
Come e quando hai deciso di dar vita ad un’associazione che si prendesse cura dei senzatetto?
«“La voce dei senzatetto” è nata proprio dal desiderio di dar voce alle persone socialmente deboli, in particolare i senza fissa dimora. L’associazione è nata da un’osservazione che abbiamo fatto io e mio cugino. Passeggiando per le strade di Roma abbiamo notato molta indifferenza da parte delle persone “socialmente elevate” nei confronti dei senzatetto. Da lì abbiamo deciso di creare un blog che ci permettesse di creare delle video-interviste che potessero dar voce a queste persone. I protagonisti delle interviste come si può notare sono loro. Ci raccontano le loro storie, le loro preoccupazioni, le vicissitudini che affrontano vivendo in strada. Spesso sono lì perché hanno perso un lavoro, perché lasciati soli dalla famiglia. Per noi è importantissimo tentare un reinserimento sociale di queste persone, provare a migliorare anche solo con un sorriso le giornate di quelle persone, rendere loro felici attraverso l’incontro».
Come hai svolto la tua prima intervista?
«Io e mio cugino abbiamo preso coraggio un giorno in via del corso a Roma quando abbiamo conosciuto un artista di strada di nome Pier. Inizialmente l’abbiamo osservato mentre creava le sue opere su un marciapiede, è infatti un Madonnaro. Avevo difficoltà ad affrontare questa situazione. Sicuramente avevo bisogno anch’io di un po’ di coraggio per affrontare il mio muro dell’indifferenza, avendo un minimo paura della loro possibile reazione. Ho preso coraggio ed essendomi emozionato guardando questo artista mi sono proposto di presentarmi. Sono andato lì è ho visto subito in Pier una persona molto espansiva e simpatica. È stato lui il primo intervistato della voce dei senzatetto».
Solitamente che approccio adotti nell’avvicinare un senzatetto?
«Mi avvicino sempre in maniera umile, senza nulla. Mi presento provando a smuovere la sensibilità di queste persone. Sin da subito si instaura un rapporto di fiducia, non so dire quale possa essere il trucco, ma loro si aprono e mi raccontano tutto, preoccupazioni, quello che fanno durante la giornata. Il rapporto che si instaura con loro non si esaurisce all’intervista, ma lo coltivo anche dopo. Ho capito che ci sono due tipi di persone: quelli che hanno scelto parzialmente una vita del genere e che quindi non hanno difficoltà a raccontare questa situazione e quelli che invece si sono ritrovati a fare una vita di strada e loro hanno molta più difficoltà a raccontare la propria situazione, a maggior ragione a telecamera accesa. Spesso temono che qualcuno pensi che siano delle persone poco accettabili. Loro hanno una storia fantastica alle spalle, spesso pazzescamente drammatica che ha bisogno di essere raccontata da loro in prima persona proprio per modificare la concezione che noi persone più abbienti non consideriamo perché nessuno ne parla. Se ne parla solo quando c’è l’allerta meteo, l’emergenza freddo».
Ci sono delle figure spirituali, o comunque per te carismatiche, che hanno influenzato il tuo percorso?
«In questo mio percorso è stato molto importante per me l’incontro con Padre Lombardi. Ha visto il nostro sito rendendosi molto disponibile a qualsiasi confronto ed intervento. Gli abbiamo infatti proposto di fare un’intervista con noi. Mentre lo aspettavo ho letto un libro in sala d’attesa, in cui c’era un estratto dell’omelia di Papa Francesco nella quale il Papa sosteneva l’importanza di alimentare la cultura dell’incontro. Ogni incontro è fecondo e perciò bisogna provare a sconfiggere l’indifferenza che sta attanagliando il nostro momento storico. Speriamo così con l’associazione di riuscire a smuovere gli animi delle persone e di sollecitarli proprio alla cultura dell’incontro. Speriamo che in molti vogliano partecipare agli obiettivi e alla mission della nostra associazione».
Quali sono in generale gli obiettivi della vostra associazione?
«Uno degli obiettivi che ci siamo prefissati infatti è proprio quello di sensibilizzare gli animi delle persone che vivono nella società attraverso il volto e la voce di queste persone, che purtroppo vengono ignorate ogni giorno.
Tra gli altri ci poniamo l’obiettivo di collaborare con altre associazioni, creare iniziative a loro favore per reinserire queste persone a livello familiare, sociale, lavorativo. Una delle cose concrete che vorrei realizzare è portare in strada con me molti giovani e poi grazie al rapporto che ho instaurato con alcuni assessori del municipio di Roma, coinvolgere le scolaresche in strada, per far toccare con mano la situazione a molti giovani come me. Speriamo che l’associazione possa allargarsi ad altre città italiane»
Qual è il racconto più significativo che ti è stato svelato andando per le strade?
«La storia più drammatica tra quelle da me ascoltate è quella di Daniele, ha perso la moglie, la mamma e la propria compagnia per tumore. Caduto in una forte depressione ha perso anche il lavoro. Ora vive in casa famiglia alla mercè della società visto che a 60 anni è molto difficile per lui trovare un lavoro. La storia più simpatica è quella di Amedeo, anch’esso un artista di strada come Pier, molto critico nei suoi racconti e nei suoi disegni. Le sue opere rappresentano delle favole, dove ogni riquadro ne rappresenta un episodio. Nell’insieme le sue opere sono tutte legate, realizzando così una storia intera».







































