L’accaduto pone le basi per una riflessione ben più ampia che riguarda una sorta di rigurgito di ribellione contro le maldicenze. Dalle immagini, infatti, si evince che l’intento dell’aggressore sia stato punire la coetanea per aver usato un appellativo non consono nei confronti di una amica. La scena è stata ripresa con uno smartphone ed è stata diffusa sul web, nelle chat di giovanissimi e non solo. “Il cyberbullismo rappresenta una delle conseguenze più pericolose presenti nel mondo virtuale – spiega Gesualdo – un vero e proprio reato, in quanto sfrutta le insicurezze personali e le vulnerabilità delle vittime per causare loro umiliazioni e danni psicologici. Ansie, depressione e, nei casi peggiori gli istinti suicidi, sono le conseguenze psicologiche legate a questo fenomeno. Uno degli errori, del tutto comprensibile, che commette la vittima di cyberbullismo è quello di non parlarne con nessuno, assumendo quindi un atteggiamento passivo che altro non è che linfa vitale per i carnefici”.
Occorre individuare un’area di intervento che è quella dell’infanzia e dell’adolescenza in cui famiglie e istituzioni che si interessano dello sviluppo dell’individuo orientino i propri processi formativi e di socializzazione alla ricostruzione di sentimenti di identità. In quest’ottica la prevenzione, realizzata anche attraverso il potenziamento dei centri di ascolto per le famiglie ed i consultori familiari e la realizzazione del servizio di psicologia scolastica, si presenta come una strategia ineludibile e non procrastinabile.
“È fondamentale riflettere sulla natura predatoria di alcuni comportamenti in cui l’Io ancora una volta si riafferma a danno dell’altro. Occorre in questo caso predisporre interventi di psicologia di comunità al fine di recuperare il valore della alterità e della comunità solidale come contenitore sociale” conclude Gesualdo.



































