Torna ad emozionare lo scrittore barlettano Tommy Dibari, orgoglio cittadino e penna sensibile e delicata, emotiva ed accattivante. Il suo ultimo romanzo dal titolo “Me la sono andata a cercare” sembra quasi un’accettazione che è bellezza accolta, sogni realizzati dopo un percorso intenso di sacrificio e dedizione, passione per una professione che presenta tavole sconnesse e percorsi tortuosi verso una salita che va per la strada della fiducia in se stessi e del potere di un’emozione raccontata.

 

“Me la sono andata a cercare”, un quarto romanzo che in realtà è come se fosse una sorta di partenza dalle origini, dalla giovinezza al primo ardente amore per la scrittura di un giovane barlettano. È la scrittura che incontra Tommy o Tommy che va ad incontrare la scrittura?

«In realtà è un dialogo tra entrambi gli aspetti. Dalla scrittura, (intesa come bisogno catartico, quindi terapeutico) sono sempre stato abitato, poi, ad un certo punto del mio percorso, ho sentito forte il desiderio di rivolgere l’apertura di quella finestra affacciata dentro di me, verso gli altri. E l’ho inseguita!».

Un racconto autobiografico con protagonista la creazione nella scrittura, un libro figlio di un sogno che diventa realtà. È ancora possibile sognare ai giorni nostri? E Barletta può essere la città dei sogni?

«La possibilità dei sogni non ha confini, è un’esistenza come dire, atemporale. Perciò sì, è possibile sognare ai giorni nostri, ma solo se si conquistano i “nostri giorni”. In quanto a Barletta è una città che ha bisogno d’essere carezzata, mentre spesso è solo abusata. E per carezzarla non si può farlo da soli. Come recita un canto popolare brasiliano: “Se sei solo a sognare, non è altro che un sogno. Se sognate in parecchi, è l’inizio della realtà”».

Come si vive attualmente il rapporto tra passione per la scrittura e realtà professionale? E come lo vive Tommy Dibari?

«Le due cose possono convivere serenamente se c’è consapevolezza e autenticità nel cammino di questi sentieri. Io personalmente la vivo con entusiasmo (nell’accezione etimologica del termine), uno slogan pubblicitario richiede un moto creativo interno ed un romanzo altrettanto, entrambi gli aspetti, per intenderci, hanno fame di fantasia, ed è questo ciò che nutre un creativo e la sua stessa esistenza».

Cosa consiglieresti ad un giovane scrittore che nutre il desiderio di costruire la sua figura professionale?

«Di crederci, di faticare e di rischiare anche di non farcela. Perché la misura è nel tentativo e non nella conquista ad ogni costo».