Mariella Dileo racconta il suo Passatore: «Così rincorro la felicità»

L’atleta barlettana racconta la Firenze – Faenza insieme alle sue cento donne

Lei è una delle punte di diamante di Barletta, un’atleta letteralmente “un passo avanti”. Stiamo parlando di Mariella Dileo, maratoneta rinomata nella città di Eraclio, famosa per aver macinato come pochi i chilometri di tutta Italia. Il “lesto piede” barlettano, nonostante un tempo impietoso, ha deciso di partecipare per la ben sesta volta ai 100 km sul Passatore, ultramaratona con partenza prevista a Firenze e località di arrivo a Faenza. La gara, che ha visto come protagoniste moltissime associazioni sportive barlettane, si è tenuta sabato 26 maggio, snodandosi lungo l’appennino tosco-romagnolo, attraverso sentieri a tratti impervi, ripidi, erti, ma che Mariella ha definito con trasporto tappe di un percorso per lei “magico”. Questa volta ad affiancarla nella gara podistica e a correre nella sua stessa direzione non ci sono stati solo gli altri 12 atleti di Barletta Sportiva. Mariella Dileo infatti è stata fautrice di un vero e proprio corteo tutto al femminile con il progetto 100 donne per 100 km, che ha coinvolto 100 donne provenienti da tutta Italia, podiste che hanno affrontato la maratona senza il sostegno di alcun mezzo  d’ausilio. Ed è così che il Passatore è diventato scrigno di storie, racconti, vite, intersecate fra loro e che si sono compenetrate chilometro dopo chilometro. Ma non vi anticipiamo nulla. La nostra redazione ha intervistato Mariella per conoscere i retropensieri dell’atleta barlettana, le sue sensazioni e le sue impressioni a pochi giorni da questa speciale avventura.

Come è stata quest’anno l’esperienza dei 100 km sul Passatore?

«L’esperienza quest’anno è andata meglio del previsto perché personalmente ho migliorato di 40 minuti la prestazione rispetto allo scorso anno, considerate anche le condizioni atmosferiche non ottimali. Per me è stato un ottimo risultato anche se di solito parto sempre con l’idea che già arrivare al traguardo è una grande gratificazione. A me interessa portare a termine la gara e tornare a casa con la medaglia. E’ stata un’esperienza molto positiva anche per il gruppo che avevo formato. Purtroppo alcune donne si sono ritirate e io ho per loro una grande ammirazione, perché personalmente non so se riuscirei mai a farlo. Ognuna di noi prima di essere un’atleta è soprattutto figlia, moglie, madre. Siamo donne. Quindi riconosco in chi rispetta i segnali del proprio corpo un grande amore per se stessi. Le aspettative sono state sicuramente più che esaudite».

C’è un momento della gara che hai ritenuto particolarmente significativo o vissuto con una maggiore carica emozionale?

«Sono 100 km e sono 100 km di una magia incredibile. Io ho il mio chilometro di crisi, il 65esimo, ed è per questo che vado lì. Superare la crisi in quel tratto mi permette nella vita quotidiana di superare qualsiasi cosa. E’ il chilometro in cui si appresta e si avvicina la notte. Sono abituata a riposare di notte, ma c’è una vera e propria lotta fra il mio corpo che mi dice di fermarmi come è abituato a fare, e la mia volontà che mi sprona a continuare a correre. E’ un momento però che, una volta superato, mi fa vivere con più energia la seconda parte della gara. Mi mette a dura prova ma quasi quasi è quello che più mi piace».

Hai preso parte ai 100 km sul Passatore per la sesta volta consecutiva. Questa gara ha un significato particolare per te?

«La prima volta è stata un regalo che mi sono fatta per i miei 50 anni. Volevo regalarmi qualcosa di speciale e desideravo la medaglia dei 100 km sul Passatore. Ho un fratello gemello e avevamo deciso di festeggiare i nostri 100 anni insieme e per me quello era il miglior regalo. Il Passatore è una gara che ti fa soffrire molto, è un “viaggio” difficile. E’ un percorso pieno di sacrificio, un po’ come il percorso della vita: vivi la sete, la fame, il sonno, la solitudine. Si vivono tutte le sensazioni in modo amplificato ma facendo forza su me stessa sono in grado di superare ogni difficoltà. Per questo ho bisogno di andare lì. Quando taglio quel traguardo e torno a casa, sono una persona diversa e mi sento più forte».

Come è nata l’idea del progetto 100 donne per 100 km?

«E’ nata per gioco. Volevo fare qualcosa di particolare anche se non immaginavo potesse avere questo clamore. Sono felicissima del risultato. L’iniziativa è stata supportata dall’azienda Brooks, che ci ha anche fornito maglie di ottima qualità per affrontare la gara, ci ha scattato e inviato fotografie e ci ha sostenuto sempre. L’anno scorso quando sono tornata sono stata accolta da una mia amica, che mi ha preso per mano esprimendomi il desiderio di partecipare alla gara. Purtroppo non stava vivendo un momento facile dal punto di vista della salute e quest’anno non è potuta venire perché le sue condizioni fisiche non le hanno permesso di affrontare questo percorso. Abbiamo rimandato al prossimo anno ma ho voluto comunque mantenere la parola data. Ho riunito 100 donne, portandole ad intraprendere questa 100 km, con un segnale ben preciso: correre senza essere seguite dagli assistenti. Chi va in assoluta autonomia risente delle difficoltà della gara ma vivendola pienamente. Chi si fa aiutare vive un altro Passatore, dico sempre io e viene meno la bellezza del paesaggio. Quando arriviamo al Passo della Colla, la notte è meravigliosa. Si sente il rumore del ruscello, si intravvedono le lucciole, c’è una splendida luna piena. Tutto ciò che avevo visto disegnato sui libri di favole è lì. E’ un percorso magico e correre con l’assistenza accanto farebbe venire meno tutto questo. Io voglio continuare a vivere il mio, con quelle che sono le regole della gara, che è molto ben organizzata, finchè ne avrò la forza».

Qual è stata la risposta da parte delle donne italiane?

«Le donne sono uniche. I requisiti richiesti e un po’ quello che dovevamo andare a fare selezionavano in modo naturale. Si è avvicinato a questo progetto solo chi aveva voglia di fare gruppo e di interagire. Erano tutte donne mature e ognuna di loro aveva una storia. Ho chiesto loro di scrivermi tramite mail le motivazioni che le spingevano a voler partecipare alla gara e ho scoperto delle realtà veramente forti, situazioni drammatiche, vite difficili. Eppure erano là e avevano tutte lo stesso sorriso, nessuno avrebbe mai potuto capire che dietro ognuna di loro esisteva una realtà tanto devastante. Oltre a questo obiettivo, abbiamo deciso di imprimere un nostro segnale sul territorio, per cui, senza forzature, ognuna di noi ha lasciato un contributo libero in un salvadanaio, proveniente dal cuore. L’importo è stato consegnato ad un’associazione onlus del territorio che sostiene le famiglie con bambini affetti da tumori e leucemie a Firenze, “Un amico per tutti” ».

Se dovessi fare un bilancio cosa significa e ha significato per te lo sport?

«Lo sport oggi per me è la mia compagna di vita. La corsa per quanto mi riguarda ha la priorità, perché mi ha dato tanto e le devo tanto. Dieci anni fa invece è stata la mia salvezza. Come ogni persona, ho avuto momenti difficili, dovevo capire che direzione prendere, se la strada in discesa, la più facile e scontata, o quella in salita. Io ho scelto quella in salita, la più difficile e la più giudicata. Sapermi intenta a correre per molti era segnale che non avessi cose più importanti a cui pensare. La mia vita in quel momento invece era piena di problemi, eppure ho scelto quella strada, nonostante i luoghi comuni. Qualsiasi decisione presa dopo una corsa, sulla litoranea, sapevo essere una scelta fatta a mente aperta. La forza e la gratificazione che mi ha dato la corsa non hanno avuto eguali. Ho continuato a correre. Il mio motto è: “Io rincorro la felicità. Se continuo a correre, forse non l’ho ancora trovata, ma devo andarla a cercare”».

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A cura di Carol Serafino

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