Il dott. Vito Dibari è uno psicologo, da anni impegnato in attività di volontariato nel campo delle dipendenze patologiche. Ha fondato a Barletta, insieme ad altri colleghi, l’associazione R.I.P.R.E.S.A. e condotto uno studio per la ricerca di un modello di prevenzione precoce dalle dipendenze patologiche. Tale studio, tuttavia, si è dovuto interrompere perché non è stato finanziato. L’associazione ha così dovuto chiudere. Il dott. Dibari, allora, ha deciso di rivolgersi direttamente al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e di scrivere la lettera aperta che segue per sensibilizzare l’opinione pubblica ed informarla che un’emergenza c’è e richiede un intervento tempestivo in termini di prevenzione.

«Mi chiamo Vito Dibari, psicologo, ho 67 anni e svolgo attività di volontariato nel campo delle dipendenze patologiche. Da anni vedo famiglie colpite dal dramma della dipendenza e conosco la violenza di cui è capace un paziente affetto da dipendenza, dentro e fuori dalla famiglia. Ho colto, sin dall’inizio, la solitudine dei genitori e ho sentito che forse si poteva e si doveva fare qualcosa di più per prevenire una malattia così difficile da gestire.

È così che mi sono avventurato, insieme ad altre colleghe, in una ricerca dei segnali precoci della dipendenza. Ne abbiamo trovati tanti nel giro di qualche anno e li abbiamo raccolti in una dispensa, nella speranza di poter, un giorno non molto lontano, validare su un campione più vasto i risultati della nostra ricerca. Mentre il nostro studio andava avanti e quasi quotidianamente ascoltavo le notizie di cronaca, legate alla dipendenza, è nata l’idea di un progetto pilota di prevenzione che aveva come scopo la duplice possibilità di validare i risultati della nostra ricerca e, nello stesso tempo, di sperimentare in una scuola elementare il primo tentativo di diagnosticare già in terza elementare il rischio di sviluppare una dipendenza patologica.

Il progetto non è stato finanziato e la notizia è stata data da un’emittente locale, su mia richiesta, perché non mi sembrava giusto restare in silenzio e perché non intendo fermarmi. Ho anche scritto al Presidente della Repubblica e oggi mi ritrovo, ancora una volta, a scrivere mentre si sta svolgendo il funerale del carabiniere ucciso da un giovane americano che fa uso di sostanze stupefacenti, oltre a spacciarle.

Scrivo per dire che la misura è colma. È ora di accorgerci che la persona che uccide oggi è il bambino di cui ieri ci siamo dimenticati, il bambino di cui non abbiamo colto i segnali di un viraggio che stava avvenendo dentro di lui verso la dipendenza. Non possiamo continuare ad accorgerci dei problemi non risolti dopo averli ignorati e non possiamo programmare interventi sanitari solo dopo la comparsa dei sintomi. Se continuiamo a non riconoscere la realtà sarà la realtà a farsi riconoscere da noi, chiedendoci prezzi sempre più alti. È ora di prevenzione!».