ItaliaViva, il nuovo partito di Matteo Renzi, ha messo casa anche a Barletta: operativa da pochi giorni la nuova sede cittadina in via Ettore Fieramosca. I primi incontri in vista delle prossime elezioni regionali, in cui il partito correrà con un proprio candidato, insieme ad Azione di Calenda e +Europa; un gruppo che potremmo definire liberal-democratico, ancora una volta alternativo al Partito Democratico. Ieri un incontro conoscitivo con il candidato Scalfarotto con i coordinatori dei Comitati della BAT. Ma già nei giorni scorsi il candidato governatore pugliese si era fatto vedere nella nuova sede di Barletta.

Abbiamo incontrato Ivan Scalfarotto, oggi Sottosegretario al Ministero degli Esteri, già sottosegretario allo Sviluppo Economico con i governi Renzi e Gentiloni.

 

Da molti anni impegnato nella politica nazionale. Pugliese di origine, ma forse “distante” per troppo tempo da questa terra, per cui sarebbe lontano dalla conoscenza politico-amministrativa del territorio secondo alcuni suoi detrattori.

«Sono nato da una famiglia di sangue molto misto, di varie origini, mia madre napoletana, mio padre di origine lombardo-veneta ma nato a Napoli anche lui, però per lavoro ha viaggiato parecchio, prima a Pescara dove sono nato io e poi a Foggia, dove ci siamo trasferiti il giorno del mio terzo compleanno, dove ho frequentato  tutte le scuole, grazie alle quali ho raggiunto obiettivi di carriera importanti all’estero, prima di entrare in politica. Dopo la laurea mi sono trasferito a Milano perché là ho trovato lavoro, dove sono rimasto. La mia famiglia è sempre vissuta a Foggia. Nel 2013 sono stato eletto parlamentare pugliese: sono stato coordinatore della segreteria politica del Partito Democratico regionale. Adesso voglio restituire un pezzettino di quello che ho ricevuto. Non penso di essere distante dalla conoscenza politico-amministrativa del territorio. Mi sembra una critica non molto di sostanza».

 

La sua candidatura non è stata determinata da una ‘vocazione di legittimità politica’, ma dalla volontà, lo dico provocatoriamente, di Matteo Renzi di rompere il giocattolino di Michele Emiliano correndo da soli. Non rischiate di creare quel vantaggio alla destra, come un tempo avete accusato di fare alla sinistra radicale? Perché dividere il centrosinistra?

«Emiliano ha detto una cosa interessante: “Io non ho qualche problema personale con Renzi, ho delle profonde divergenze politiche”. E su questa base ha chiesto un accordo? Secondo me è un po’ ragionare al contrario: di solito tu fai l’accordo non sulla base delle simpatie personali, ma delle affinità politiche. Oltretutto, quella delle profonde divergenze politiche, è la verità. Michele Emiliano ha rappresentato nel PD nazionale e pugliese delle posizioni che lui stesso definisce di “populismo istituzionale”. Cioè ha sempre rincorso la pancia del suo elettorato. Michele per esempio ha sempre detto di essere vicinissimo al Movimento5Stelle: ricordiamo che quando fu eletto nominò 3 assessori del Movimento che neanche lo sapevano. Ha sempre sostenuto posizioni in linea con quelle del M5S: vogliamo pensare alla TAP? Vogliamo pensare all’ILVA? Vogliamo pensare l’aver rincorso posizioni antiscientifiche sulla Xylella, evitando l’espianto degli alberi e quindi consentendo a questa di arrivare fino alla provincia di Bari? Vogliamo parlare della sua posizione che era quella di sostenere i ricorsi contro l’obbligo vaccinale? Quindi lui ha avuto posizioni che sono state tipicamente quelle del populismo e che sono lontanissime dalle mie. Si poteva fare un accordo? Certo. Ma quando tu fai un accordo tra forze politiche diverse, quell’accordo deve essere garantito da un profilo capace di rappresentare una sintesi. Michele Emiliano è la persona meno indicata a rappresentare una sintesi tra 5 Stelle, PD e Italia Viva, perché le sue posizioni sono troppo sbilanciate.  Non credo sia giusto fare sparire dalla scheda elettorale un pezzo del Paese. Se non ci fosse stata la mia candidatura, sulla scheda i pugliesi avrebbero trovato il populismo sovranista di Meloni e Salvini, il populismo istituzionale, come lo chiama lui, di Emiliano e il populismo della decrescita del M5S».

 

Avrà al suo fianco il Ministro Teresa Bellanova: quindi grande attenzione ai temi dell’agricoltura, su cui Emiliano è un po’ più in difficoltà, della lotta al caporalato e per la legalità. Temi cari agli elettori progressisti: a chi si rivolge la sua candidatura?

«Innanzitutto mi candido per una coalizione di partiti. Questo è un dato politicamente molto interessante, perché questi partiti finora non avevano mai collaborato tra loro, ma che possono essere ricondotti in quella famiglia politica che si può definire liberal-democratica, profondamente europeisti, modernizzatori, guardando  alla complessità della realtà con un maggior rispetto, una cultura politica che spesso in Italia abbiamo chiamato “del riformismo”, che in Puglia ha una gloriosa ed antica tradizione. Noi non parliamo agli indecisi, o solo agli indecisi, ma a una Puglia operosa, a tanti imprenditori, professionisti, studenti, lavoratori guardando anche ai temi dell’economia in un’ottica di crescita sostenibile e non interpretando quello spirito anti-imprenditoriale che anche abbiamo visto, ma nella convinzione che impresa e lavoratore possano crescere insieme. Il nostro spirito è più aperto alla partecipazione: la Regione , in questi ultimi anni, è stata spesso governata da quell’idea “proprietaria” di politica, fatta di nomine anche di tradizione di destra. Una Regione dove non ci sono l’assessorato alla Sanità o alla Agricoltura, perché il presidente di regione ha tenuto per sé entrambi i ruoli. E il bilancio della Regione è fatto all’80% di spesa sanitaria. Questo non va bene, perché la Puglia è grande e complessa, non può farlo il presidente a tempo perso. Il Consiglio nazionale ha stabilito che la Puglia avrà la doppia preferenza di genere: perché questo Consiglio Regionale, con la maggioranza che c’è, non ha mai approvato la legge elettorale di adeguamento del consiglio regionale per la doppia preferenza di genere, il che comporta che oggi, nel consiglio regionale pugliese, su 50 consiglieri, solo 5 sono donne. E in 5 anni non si è riusciti a fare una nuova legge elettorale? Allora io penso che la sinistra sia un’altra cosa».

 

Come verranno scelte le candidature sui territori?

«Cercheremo di fare delle liste equilibrate, in parte con i militanti, in parte con personaggi vicini a IV, Azione e +Europa della società civile, cercheremo di fare liste che abbiano un senso di rinnovamento, che abbiano una presenza femminile paritaria. Faremo in modo di offrire un senso di cambiamento di cui questa regione ha bisogno, attraverso la mia candidatura, che ritengo una candidatura innovativa, soprattutto se vediamo che gli altri due candidati sono, il primo, Fitto, che faceva il vicepresidente di regione già nel 1995 (25 anni fa) e ha perso le elezioni regionali nel 2005 e l’altro, Emiliano, che è molto sotto nei sondaggi dopo 5 anni di governo».