Sono trascorsi otto anni dalla sua morte. Eppure Pietro Mennea resta immortale. Nel ricordo e nel cuore. Da quel 21 marzo 2013, quando la notizia piombò tanto inattesa quanto dolorosa, la Freccia del Sud ha continuato a battere ogni primato, a vincere sul conformismo delle tante (anche ipocrite) celebrazioni svolte dovunque. A subire l’affronto della dimenticanza per il Mennea Day del 2019 con Barletta, proprio Barletta, a rimanere assente dal calendario nazionale. Per poi riprendersi la scena a novembre dell’anno scorso per il francobollo commemorativo dai quarant’anni dell’oro olimpico a Mosca 1980: in quella gara sui duecento metri definita (proprio ai tempi Covid) un miracolo di resilienza contro l’impossibile.

E che Pietro Mennea da Barletta, l’uomo delle cose impossibili, ci abbia sempre tenuto a sottolinearlo stanno a documentarlo le interviste, gli scritti, le testimonianze, perfino quella contestatissima ma efficacissima fiction di Rai uno fin troppo romanzata…

Resta (purtroppo) nel cassetto la proposta di dichiarare ufficialmente Barletta come la Città della Disfida e di Pietro Mennea: traguardo sbandierato nella campagna elettorale dell’attuale giunta dalla coalizione del sindaco Cannito ma che finora manca di qualunque riscontro formale.

Mentre resta un tabù per il movimento atletico la pista nuovissima di zecca all’interno dello stadio Puttilli altrettanto nuovo ma inutilizzabile, pista inaugurata con squilli di tromba e rullo di tamburi con l’intervento di autorità nel governo Renzi, e con il rottamatore stesso venuto a farci anche lui una corsetta per farsi riprendere dalla tivvù.

Meglio andare sul sicuro della memoria, dalla notizia alla leggenda. Io, classe 1954, l’ho conosciuto da studente (e futuro ragioniere) all’istituto tecnico Cassandro, fra il ’68 ed il ’73. Abbiamo avuto il prof. Alberto Autorino come insegnante di educazione fisica: epoca in cui Pietro, classe 1952, vinceva i campionati studenteschi provinciali di corsa campestre anche con una scarpa sola. Come ricorderà poi: “L’altra la persi nel fango, ma il prof mi fece segno di andare avanti, e così vinsi la mia prima medaglia…” Medaglie e trofei conservati nell’armadio a vetri vicino alla presidenza della stessa scuola, oggi al Polivalente.  Il Cassandro aveva da poco cambiato casa, passando dalla storica sede di viale Marconi al nuovo plesso di via Mascagni (oggi sede del Garrone): gran bella scuola, ricca di aule specialistiche, perfino di televisori uno in quasi ogni aula e di laboratori. Ma senza palestre. Quelle vennero dopo altre contestazioni e proteste, anche nella scia dei successi di Mennea, alfiere dell’impiantistica sportiva tutta pionieristica. Pietro proveniva dagli allenamenti con il prof. Autorino sulla vecchia pista tuttora visibile (per miracolo) dal cancello di viale Marconi. E si ritrovò a fare gli allenamenti salendo e scendendo le scale dei cinque piani del nuovo istituto. E diventare così l’uomo più veloce del mondo…

Oggi quel “pistino” di tre sole corsie, che sembra venir fuori da un mondo lontanissimo, ha cambiato aspetto. Come mi racconta il dirigente del liceo scientifico Cafiero, Salvatore Citino, che si è visto assegnare tutto l’edificio dov’era la scuola media Manzoni e prima di essa il Cassandro: “Quarant’anni, zero lavori eseguiti. In pochi mesi abbiamo fatto abbastanza, pitturazione, tappeto sintetico, valorizzato aree sportive, palestra pulita sanificata. E grazie ad uno dei nostri, un volontario, quel pistino di tre corsie è stato tinteggiato come lo potete vedere dall’esterno e come lo possono utilizzare i nostri circa 300 ragazzi: una corsia rosa, una bianca, una verde. Come la bandiera dell’Italia.  E con materiali pagati poco”.

Compresa l’idea di Borgiac, l’artista che ha già raffigurato Mennea nel gigantesco murale di via Vittorio Veneto: un progetto appena schizzato con tutta la forza dell’immortalità. Da quando, tempo dopo, in uno dei suoi primi libri, scrive Pietro: “A casa avevo solo il tempo di mangiare un boccone, poi inforcavo una bicicletta grigio metallizzato da donna (l’unica disponibile in famiglia), mi caricavo la borsa a tracolla e andavo agli allenamenti. I frutti di quel duro lavoro non tardarono perché quando arrivò il tempo delle prime gare cominciai a vincere senza grandi difficoltà puntando direttamente alla fase nazionale. Io però ero al primo anno di studi in quella scuola e perciò se avessi vinto il titolo, non avrei più potuto partecipare. Il professor Autorino era un avvocato che aveva deciso di lasciare la professione per dedicarsi interamente alla scuola, ed è a lui che devo il mio futuro da velocista. Tutti gli altri sono venuti dopo, molto dopo. Chiesi al mio allenatore: “Professore, che devo fare? Cerco di vincere o rimandiamo il tutto al prossimo anno, con più esperienza e quindi con la possibilità di una prestazione migliore?” Lui mi guardò dritto negli occhi come faceva sempre e mi disse calmo con la sua cadenza partenopea: “Pierì, tu corri e intanto continua a studiare. Il resto verrà da sé…”.

Nino Vinella, giornalista