“Finalmente è stata fatta giustizia per zio Francesco, ma la mente, inevitabilmente, è tornata a quei giorni terribili”. E’ il ricordo di Sabino, presidente del consiglio comunale e nipote del maresciallo originario di Barletta Francesco Di Cataldo che il 20 aprile 1978, mentre si dirigeva verso la fermata dell’autobus per recarsi a lavoro, fu ucciso da due terroristi che gli esplosero contro numerosi colpi d’arma da fuoco. L’omicidio fu rivendicato dalle Brigate rosse, della colonna “Walter Alasia” e oggi, dopo 40 anni, si conosce anche il volto di chi c’era dietro quell’arma, l’ex brigatista Sergio Tornaghi. “Un omicidio bruttissimo, che ricordo bene – ha detto il nipote -. Avevo 18 anni, frequentavo il 5 anno dell’istituto professionale, e andai a Milano per la morte di zio Francesco. Quella giornata segnò tutta la nostra famiglia: la camera ardente fu allestita nel carcere di San Vittore. Lo stesso istituto penitenziario che, due anni fa, e’ stato intitolato proprio a Francesco Di Cataldo”. Era proprio lì che lavorava il maresciallo maggiore degli agenti di custodia, con il ruolo di vicecomandante del carcere milanese e di direttore del centro clinico.

Per i brigatisti che rivendicarono l’omicidio “sarebbe stato un torturatore di detenuti” e, con un comunicato, lo accusarono “di essere il principale responsabile di tutti gli assassinii diretti e indiretti dei vari detenuti, che con la complicità dei medici sono stati archiviati come collassi e infarti e di essere dedito alla distruzione e al massacro dei compagni e dei proletari imprigionati”. “Zio Francesco – ha ricordato ancora il nipote -, invece, lavorava tanto sul recupero dei detenuti. Iniziava l’epoca in cui nelle carceri si metteva in pratica quel percorso di rieducazione e reinserimento nella società e questo lo rendeva felice”. Intanto, la città di Barletta non ha mai smesso di ricordare il suo figlio: “E’ stata apposta una targa in sua memoria, in via XX Settembre, dove abitava con i genitori, abbiamo dedicato a lui una strada e sono stati fatti diversi convegni per ricordarlo”. Nel 2013, invece, il nipote Francesco Di Cataldo, che non ha mai potuto conoscere il nonno, ha realizzato un cortometraggio dal titolo “Per questo mi chiamo Francesco”: nel video il giovane autore immagina se stesso cercare il proprio nome su Google. Il giovane trova notizie sull’assassinio dell’omonimo nonno, indaga sulle ragioni, intervistando nonna Maria Violante (moglie del maresciallo), che ancora vive nella stessa abitazione a Crescenzago (Mi), e due ex colleghi di lavoro. La data di oggi, “con questo arresto, cade proprio a pochi giorni dall’anniversario della sua morte e del 25 aprile: e’ nostro compito – ha detto Sabino Di Cataldo, in qualità di presidente del consiglio comunale di BARLETTA – ricordare alle giovani generazioni cosa hanno dato i nostri cari, i nostri avi, per la libertà. Hanno pagato con la vita per essere ligi al proprio dovere. Lo dobbiamo ricordare sempre come istituzioni”. Francesco Di Cataldo ogni estate, con la famiglia, la moglie e i suoi due figli Alberto e Paola, tornava sempre a BARLETTA per incontrare i genitori, i suoi 5 fratelli e i nipoti: “Quest’anno ci sembrerà, di nuovo, di sentirlo ridere in spiaggia – ha detto in ultimo Sabino – perchè si è fatta giustizia sulla tua atroce morte”