Due eventi negli ultimi dieci giorni, due occasioni per fare diverse considerazioni. Sabato 12 e domenica 13 febbraio, il Futsal Barletta organizza le Final Four di Coppa Italia Regionale Serie C1, mentre, giovedì 17 febbraio, il Barletta vince la sua prima Coppa Puglia, superando per 2-1 il Martina al ”Poli”.

La prima è stata l’ultima vetrina per il futsal barlettano in ordine cronologico, che ha seguito di 3 anni la manifestazione iridata organizzata dall’allora Editalia Calcio a 5, e di 6 anni le finali di Coppa Italia Nazionale Serie A2 affidate al Barletta Calcio a 5 di Antonio Dazzaro. Ed è proprio qui che nascono i problemi: sarebbe stato tutto perfetto se fosse stato il ”PalaDisfida” ad ospitare l’evento proprio come nel caso dei due precedenti. Sarebbe stato tutto perfetto se Barletta avesse potuto mettere in mostra quello che è a tutti gli effetti un ”gioiello” dell’impiantistica del territorio. Una struttura nuova, all’avanguardia, dotata di oltre 3000mila seggiolini, e pensata proprio per grandi eventi. Non è questa l’occasione per parlare di tutte le vicissitudini che hanno imposto bruschi stop alla fruizione del ”PalaDisfida”(dalla ristrutturazione dopo soli 3 anni di vita ai problemi delle vetrate ecc ndr), ma è l’occasione per parlare di un problema oggettivo. Sì, perché la Futsal Barletta non ha giocato la semifinale di Coppa con il Futsal Noci nell’impianto di via D’Annunzio, ma a Ruvo di Puglia. Un anno e mezzo, di fatto, di continui e dispendiosi spostamenti, che hanno coinvolto non solo il team di mister Ferrazzano, ma anche le altre società di futsal: il Barletta Calcio a 5 sempre a Ruvo, l’Eraclio e la Grimal Team a Margherita di Savoia.

PalaDisfida ”Mario Borgia”

Una premessa va fatta. Le squadre devono necessariamente spostarsi sostanzialmente per due motivi: il ”PalaMarchiselli”, il secondo impianto  indoor della città per importanza, non è a norma per il calcio a 5, mentre il ”PalaDisfida” è hub vaccinale. Priorità alla salute, come è giusto che sia, ma sorgono alcuni interrogativi legittimi, soprattutto se si fa un confronto con altre realtà vicine. Il ”PalaSport” di Andria è stato consegnato alle società sportive, ‘il ”PalaAssi” di Trani anche, così come i principali impianti di Bisceglie e Molfetta. Sono state trovate in queste città alternative per gestire a livello logistico le vaccinazioni? Sì, come si potrebbe fare tranquillamente a Barletta.  Ed è giusto porre in rapida rassegna la situazione di altre strutture site nella ”Città della Disfida”. Il ”PalaMarchiselli” è ormai al collasso, segnato anche da ”fisiologici” problemi dovuti all’età della struttura, sicuramente fatiscente.  E così si va avanti, come se fosse tutto regolare, in un impianto che, oltre ad essere vecchio, diventa la vetrina della città( e che vetrina ndr) per la pallacanestro(due squadre in Serie C Silver ndr), per il basket in carrozzina e per una delle due squadre di pallavolo barlettana(Volley Barletta in Serie D, mentre la Nelly gioca le sue gare al ”Nervi”), oltre che per le squadre impegnate in campionati minori e/o attive in campionati giovanili. Saturo il ”PalaMarchiselli”, due enormi punti interrogativi per la Tensostruttura degli Ulivi e per la Tensostruttura Manzi: la prima assegnata in gestione ma non ancora disponibile per la mancata consegna dell’impianto, la seconda aperta ma impraticabile per molti sport. Come mai non si è pensato di velocizzare l’iter per la Tensostruttura degli Ulivi e consegnarla alle società sportive o, in alternativa, fare proprio lì, visto che lo spazio non manca, l’hub vaccinale? Si sarebbero evitati lunghi spostamenti(anche a 30 km), ma soprattutto ci sarebbero state entrate nelle casse del comune se si fosse deciso di far allenare e giocare le squadre nell’impianto. Mistero alla ”barlettana”, così come è misterioso che si faccia una struttura pensata per fare sport, ma che non è a norma per molti sport.

Barletta: Tensostruttura al Manzi-Chiapulin: burocrazia, bugie e calcetto
Tensostruttura ”Manzi”

Passiamo adesso alla situazione per gli sport all’aperto. Il ”Manzi”, il cui prato è praticamente stressato dalle diverse attività che negli ultimi anni si sono svolte all’interno(football americano e calcio su tutte), oltre ad essere usufruito da diverse società che devono poi accordarsi, non sempre con facilità, per la gestione spazi e orari. A queste due problematiche se ne sono aggiunte altre, come la pessima illuminazione, la mancanza di gradinate e la presenza di spogliatoi arrugginiti. La risultante ultima è che poi, a causa della tribuna inagibile, il pubblico non potrà assistere alle gare. La situazione del ”Simeone”, anch’esso al collasso e fatiscente, candidato ad un finanziamento di 700 mila euro, di cui a dire il vero non si è visto nemmeno l’ombra, e poi ”dulcis in fundo” il Puttilli. 7 anni di continue problematiche (e dall’inspiegabile scelta di inaugurare una pista in uno stadio non agibile) che si sono susseguite una dopo l’altra, ultime delle quali, in ordine cronologico, l’affidamento della gestione, i lavori per la cabina elettrica e i collaudi, che procrastinano ulteriormente la consegna di quella che è un’opera pubblica alla città. L’altra faccia della medaglia del secondo evento tenutosi negli ultimi giorni, ovvero il successo del Barletta su Martina, è questa: una squadra costretta continuamente a spostarsi con notevoli spese, una finale (in casa) giocata allo Stadio ”Poli” a cui i tifosi hanno risposto in massa stringendosi al club, e poi il pericolo, perché c’è stato eccome giovedì scorso, della presenza in tribuna sia dei giornalisti barlettani sia dei tifosi giunti da Martina Franca. Il tutto senza una presenza di uno steward sugli spalti e con la squallida scena, per chi era presente, degli insulti sessisti rivolti alla storica speaker biancorossa, accompagnata dai figli minorenni.

Stadio ”Simeone”

E allora, in chiosa, due piccole riflessioni. La prima, commentando il triste episodio di giovedì, è che nello stadio ”Puttilli”, all’avanguardia e regolarmente dotato di una tribuna stampa efficiente e di un settore ospiti capiente, tutto questo non sarebbe mai potuto succedere, la seconda è di carattere generale. Chi oggi, in un contesto storico segnato dalla pandemia in primis e da una gravosa crisi economica, vorrebbe investire in un territorio che non dà garanzie,  avvolto dai continui misteri, dalla bellezza inespressa, segnato da promesse non mantenute e da ripetuti rinvii?. ”Senza sport muore il futuro”, ricordiamo tutti la protesta di cinque anni fa delle società sportive in merito? Ritorna come un ”mantra” anche oggi, perché di certo la situazione non è migliorata. Anzi, è peggiorata.

A cura di Giacomo Colaprice