Si vota i prossimi 8-9 giugno per cinque Referendum abrogativi, che per questo richiedono il raggiungimento del quorum (50% più uno degli aventi diritto al voto). Perciò abbiamo incontrato la barlettana Maria Campese, esponente di AVS (Alleanza Verdi e Sinistra) vicina ai temi che riguardano soprattutto il lavoro, già consigliere comunale e assessore di Barletta oltre che assessore regionale dell’Amministrazione Vendola.
Il referendum è un’arma, una delle poche, che i cittadini hanno per esprimersi direttamente nell’attività legislativa di una nazione. Un atto autentico di partecipazione democratica: come si riconquista la fiducia nella politica da parte del cittadino e perché questa è un’opportunità con il raggiungimento del quorum?
«Il voto in generale è l’unica arma democratica che abbiamo, ma quello del Referendum è praticamente il voto più diretto. Mentre quando votiamo per le politiche e le amministrative noi votiamo per delegare qualcuno a rappresentarci; il Referendum, invece, è espressione di democrazia diretta perché ogni singolo cittadino può dire quello che pensa su una modifica legislativa, e quindi ritengo che questo sia importante. Convincere le persone ad andare a votare per il Referendum sta diventando difficoltoso, perché l’astensionismo è legato al fatto che c’è molta delusione rispetto agli effetti che la politica produce sulle proprie condizioni di vita. I cittadini vivono in una condizione di sfruttamento, condizione d’incertezza e insicurezza sul futuro è chiaro che cala la fiducia nella politica se non ha effetti positivi. Come riconquistare la fiducia? Intanto io penso soprattutto con la coerenza: ogni partito di sinistra deve sposare la causa dei lavoratori, dei pensionati, di chi nella società sta peggio e la deve portare con coerenza fino in fondo. Anche le politiche passate portate avanti dal centrosinistra hanno determinato di fatto questa sfiducia: paradossalmente oggi stiamo proponendo dei Referendum sul lavoro che non fanno altro che smantellare quello che Renzi ha fatto nel 2015 con il Jobs Act e Renzi era segretario del PD, questa cosa come centro-sinistra complessivamente l’abbiamo pagata».
Un referendum sui temi del lavoro e cittadinanza, con ben 5 quesiti: non vi pare eccessivo in un momento in cui l’opinione pubblica sta imboccando una strada che porta all’allontanamento, e dunque all’impoverimento della partecipazione di massa?
«I cinque Referendum, soprattutto i quattro sul lavoro, sono stati costruiti come impalcatura che potesse vedere il lavoratore tutelato sotto diversi punti di vista. Parliamo di sicurezza, un quesito molto importante perché non fa altro che far mantenere alla ditta madre che vince un appalto la responsabilità dei lavoratori fino alla fine della filiera. Con il nuovo Codice degli Appalti, questo Governo non ha fatto altro che consentire subappalti senza limiti; ciò significa che la ditta madre non fa altro che dare in subappalto il lavoro mantenendo un margine di guadagno, il subappaltante a sua volta dà in subappalto ed erode un’altra parte di utile e così via. Alla fine della catena l’ultimo che esegue effettivamente il lavoro, i suoi lavoratori li sottopagherà, non gli garantirà la dovuta sicurezza perché il margine di guadagno residuo è ridicolo. Quindi noi chiediamo che la responsabilità sia mantenuta in capo alla ditta appaltante. Oggi abbiamo ragazzi che si approcciano al mondo del lavoro e che vengono contrattualizzati di mese in mese o ogni due-tre mesi, questo Governo ci dice che aumenta l’occupazione ma in realtà 12 contratti precari da un mese l’uno vengono contati come 12 posti di lavoro, a fronte del fatto che in totale è solo 1 anno di contratto, non fanno distinzione fra lavoro determinato e lavoro precario. L’articolo 18 contro i licenziamenti ingiusti: chi è stato contrattualizzato prima del 2015, se veniva licenziato senza una giusta causa si rivolgeva al giudice del lavoro e lo reintegrava. Con il Jobs Act questo non è più possibile: il licenziamento viene monetizzato e si chiude lì la partita, quindi anche quando non c’è una giusta motivazione nel licenziamento non c’è possibilità alcuna di essere reintegrati».
AVS si è impegnata sin dalla raccolta delle firme, cosa significa sostenere questi referendum, in un momento storico come questo?
«Un’alleanza così connotata a sinistra non può non sposare, in termini di giustizia sociale, le battaglie portate avanti dalla CGIL in questi referendum. Noi ci saremo sempre in tutte le battaglie in cui si alluderà alla giustizia sociale e ambientale. È chiaro che è un terreno di collante politico, perché comunque su questi referendum si è costruita una coalizione di appoggio, il PD, il M5S e altri pezzi di società hanno aderito a questa battaglia e noi sui diritti dobbiamo lavorare, sul riconoscimento non solo dei diritti sul lavoro ma anche sui diritti civili oltre che ai diritti sociali. Quindi proprio questo Referendum verte sui diritti sociali e civili che devono andare di pari passo».
In un Paese in cui è forte la crisi occupazionale e sociale questi quesiti sembrano voler sfidare anche alcuni poteri economici e datoriali forti. Perché si tratta di tutelare la vita, lo stipendio e il lavoro? Di chi?
«Il mondo del lavoro è molto frammentato: fino a qualche decennio fa esisteva ancora la cosiddetta coscienza di classe, perché comunque i lavoratori erano concentrati nelle fabbriche cioè luoghi in cui c’era forte aggregazione e una coscienza di classe di rivendicazione dei diritti molto forte. Oggi fra lavori precari, partite IVA, i voucher e i Co.co.co., noi abbiamo ormai una panoramica di tipologie di lavoro molto variegate e il nostro compito è di tutelare tutte le condizioni di lavoro. Lavoro precario perché è un lavoro che non ti dà futuro, che ti tiene in un continuo stato di ricatto ma anche il lavoro subordinato a tempo indeterminato oggi con le condizioni di vita non consente di affrontare il costo della vita. Il lavoro è diventato un lavoro povero anche per chi ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato; quindi è la condizione in cui vivono i lavoratori in cui si sentono presi in una morsa, un lavoro non ti basta e quindi ne cercano un secondo, magari a nero, per poter quadrare il bilancio, perché il costo della vita continua a lievitare».
Chi sono, secondo lei, gli “oppositori” del referendum? Perché?
«Questo Governo tutela molto le grandi imprese ma non tutela i lavoratori, è una scelta di campo che loro hanno e non fanno altro che tutelare le lobby. Alle imprese fa comodo avere lavoratori precari, sottopagati, sfruttati e quindi ricattabili. È una condizione del mondo del lavoro che non fa altro che triturare il lavoratore. Questa destra pensa di tutelare i lavoratori con meno garanzie, perché questo significa per le imprese avere più profitti»
Eppure i temi paiono piuttosto condivisibili con l’estensione della responsabilità per eventuali incidenti o l’infinita lotta alla precarietà: quali cambiamenti possiamo attenderci con la vittoria del SI?
«Il Referendum ha dei quesiti chiari, se vuoi o non vuoi abrogare determinate norme di legge che hanno tolto diritti ai lavoratori. Quindi abrogando quelle norme di fatto si torna ad un sistema di maggiori tutele così come erano comprese all’interno dello Statuto dei Lavoratori con le norme che tutelavano maggiormente le condizioni del lavoro. La vittoria del SI sancisce l’abrogazione di norme ostative di diritti così come sono state determinate dalle ultime legislazioni fra cui quella del Jobs Act».
Cosa significa oggi, secondo lei, essere cittadini in Italia? Su quali particolari situazioni interverrebbe l’ultimo quesito referendario?
«Essere cittadini italiani significa vivere nel Paese Italia, avere una dimensione sociale all’interno del Paese quindi essere lavoratore e costruire relazioni con il resto della cittadinanza, significa rispettare le leggi del Paese, conoscere i propri diritti e doveri, conoscere la lingua italiana e sono tutti requisiti che oggi una qualsiasi persona di origine straniera, ma che vive in Italia da svariati anni, già possiede. Fino al 1990 gli anni per acquisire la cittadinanza erano 5 poi sono stati portati a 10, ma i 10 non sono esaustivi perché compiuto il decimo anno si può incominciare la trafila per richiedere la cittadinanza e viste le lungaggini della burocrazia possono trascorrere molti altri anni. Un bambino che nasce in Italia non può, tuttavia, richiedere la cittadinanza dopo 5 anni neanche dopo i 10 anni, ma solo compiuto il 18esimo anno di età, per cui si ha un anno soltanto per richiederla».




































