La storia merita rispetto. Ma non sempre il concetto è molto chiaro. Succede allora che  spazi culturali vengano lasciati in preda alla muffa e ai calcinacci. È il caso del museo delle saline a Margherita, realizzato nel vecchio magazzino del sale accanto al Torrione, che raccoglie pezzi di storia vissuta da chi in fondo ha gettato le fondamenta per la nascita della città. Fra gli attrezzi utilizzati dai salinieri di un tempo e i resti ritrovati in Salina, risalenti a quando l’azienda era gestita direttamente dallo Stato, lo scenario non è da cartolina come invece dovrebbe essere per un museo. Appena si varca la soglia d’ingresso ci sono delle teche in cui sono conservate le tecnologie del secolo scorso utilizzate in fabbrica, fra queste colonnine in vetro si vedono delle aste in ferro che puntellano il soffitto per non farlo cadere. E fra la puzza dovuta all’umidità inizia la visita.

Gli attrezzi conservati all’interno si stanno deteriorando. La causa è molto semplice: essendo costruiti in ferro e legno, unici materiali utilizzati nelle industrie nei secoli passati, i ferri del mestiere necessitano di un luogo asciutto. Crepe nel muro, intonaco caduto, prese coperte dalla vernice venuta giù e un buco sulla volta, così si presenta sala Raffaele Barra che dovrebbe essere la porta per vero viaggio nel tempo. Lungo il piccolo corriodio sotto la volta ci sono gli strumenti utilizzati per la raccolta a mano del sale, come pale e forconi, coperti da intonaco caduto, infatti gli attrezzi sono poggiati su un muro che ormai ha assunto le sembianze di un formaggio svizzero. In uno stanzone sono sistemati oggetti unici perché rappresentano l’evoluzione della raccolta del sale in Europa. Pesi e stadere per la pesatura del sale, desimetri per la misurazione dei gradi Boumè (apparecchio che misura la densità di un liquido secondo i gradi della scala Baumè), chiavi di misure particolari per stringere i bulloni dei carrelli, strumenti in legno per riempire d’acqua i bacini, insomma tutto ricoperto dai calcinacci che continuano a cadere nonostante ci siano dei turisti che visitano il museo. Lo scenario è quello di un vecchio deposito abbandonato agli anni che scorrono, come fosse un ammasso di tufi e ferri vecchi.  Nella sala Raffaele Barra per terra vicino ai muri c’è un tappeto di intonaco e dietro le bacheche con affissi dei poster sembra di vedere qualcosa di surreale: crepe profonde nei muri, muffa, intonaco che si sgretola e seppellisce i pezzi di una storia che meriterebbe di continuare a vivere.