Ha da poco comunicato la sua volontà di lasciare il calcio giocato dopo una breve parentesi ad Andria in questa stagione e, soprattutto, tre stagioni meravigliose da capitano con il Barletta 1922, culminate con la realizzazione del ”triplete” a Rieti e con il ritorno in Serie D al ”Puttilli” dei biancorossi. Massimo Pollidori è stato uno dei volti emblematici della risalita del calcio barlettano, uno degli elementi che ha contributo a riaccendere un entusiasmo precedentemente sopito e che ora ha reso il Barletta un vero e proprio fenomeno sociale.
”Ci sono dei momenti-esordisce-in cui capisci quali possono essere i tuoi limiti e devi essere in grado di fermarti. Fino a quando ho avuto segnali positivi dal mio corpo sono sempre riuscito ad andare a mille, ma negli ultimi tempi ho visto che facevo più fatica a recuperare e dunque ho pensato che la situazione migliore fosse quella di smettere. Lo faccio senza rimpianti, consapevole di aver dato tutto umanamente e professionalmente per le squadre in cui ho militato. Adesso mi sento pronto per nuove sfide, sono in continuo aggiornamento e sono pronto per conseguire anche il patentino da allenatore. Mi piacerebbe sicuramente allenare i giovani”.
Per Massimo due esperienze in biancorosso, la prima da giovanissimo centrocampista tra il 2007 e il 2009. ”Quando sei giovane-prosegue-magari non realizzi pienamente quanto tu possa essere fortunato nel giocare per il Barletta. Io ho avuto questa grande possibilità e mi sono trovato in un gruppo esperto e formato da tanti ‘senatori’, da cui ho appreso tanto. Dell’anno in Serie D, stagione in cui eravamo la squadra da battere, il momento più bello è stato sicuramente quello della festa post ripescaggio. In realtà dentro di noi, nonostante fossimo ancora dispiaciuti per non aver vinto il campionato, la consapevolezza era cresciuta dopo la vittoria della sfida playoff con il Bitonto. Eravamo convinti di farcela, poi è stato un secchio d’acqua(ride ndr) a sancire il ripescaggio. Anzi, due secchi d’acqua: il primo verso i nostri tifosi, il secondo verso il padre di Savino Daleno. Momenti indimenticabili e che hanno fatto da preludio alla stagione del ritorno in Serie C. Di quella mi ricordo un mio finale di campionato importante da tre reti consecutivi, di cui sicuramente quella di Melfi(coincisa con la salvezza ndr) è stata fondamentale”.
Il ritorno del 2020, l’amara semifinale con il Corato e poi la stagione della svolta. ”Se ripenso alla prima sfida del campionato 2021/2022, quella vinta con il San Marco, posso dire che abbiamo raggiunto tutti insieme il nostro obiettivo principale. La prima cosa che ci siamo prefissati al nostro arrivo è stata quella di riaccendere l’entusiasmo. Partita dopo partita abbiamo preso consapevolezza del nostro valore, venendo trascinati da un pubblico incredibile che ci ha permesso di coronare qualcosa di impensabile. Da giocatore esperto ho vissuto tutto questo godendomi ogni attimo, sono riuscito a vivermi pienamente questa seconda esperienza. Gratificante è pensare sicuramente che siamo riusciti a riportare la passione in città, questo è ancora più importante di un risultato sportivo”.
Una Serie C accarezzata nella scorsa stagione. ”Ci sono stati episodi che non sono girati bene, alcuni dettagli che probabilmente avrebbero fatto la differenza. Siamo partiti con un gruppo forte, puntellato da innesti di spessore che si sono subito inseriti nei meccanismi di squadra. Non eravamo la squadra più forte, ma eravamo un gruppo che poteva giocarsela tranquillamente con le big del girone. Ci abbiamo provato fino alla fine perché ci abbiamo sempre creduto. Da alcune situazioni, come l’occasione di Andrea Petta con la Cavese o qualche altro punto lasciato per strada per diverse circostanze, capisci che probabilmente quella non sia la tua annata”.
In chiosa, i momenti più belli in biancorosso e l’ultimo derby giocato da avversario. ”Giocare un derby con la maglia di una squadra avversaria è sicuramente una sensazione strana, ma comunque emozionante. E’ difficile restare impassibili, poi lo spettacolo è stato davvero di categoria superiore. Non è stato facile gestire, ma l’essere professionale ti mette davanti queste situazioni che tu devi essere in grado di affrontare. Ci sono stati tanti episodi significativi: dalla finale di Molfetta alla promozione di Taranto, senza dimenticare la rovesciata contro il Bitonto sotto la curva che, da barlettano, è stata sicuramente una scena indimenticabile. Prendo però la coppa alzata a Rieti: quando l’ho sollevata mi è sembrato di alzarla con tutta la città e per tutta la gente di Barletta”.
A cura di Giacomo Colaprice





































