Riceviamo e pubblichiamo una lettera giunta alla nostra redazione, scritta da Rossana, giovane donna di Barletta, insegnante. Il tema è quello del “ritorno”.
«Spettabile Redazione di News24.City,
vi scrivo mentre attraverso alcune delle vie della mia città. Dopo molto tempo, racconto dei disagi e delle aspettative di chi per anni si chiede se potrà tornare a casa, come si cambia un destino che per tutti gli altri sembra già stabilito.
Serve una forza d’animo grande per tornare, è allora che il dolore diventa difficile da gestire e chi lo porta dentro appare rigido. Perché non ha mai mollato, perché ha scelto di non voltare le spalle a tutti i problemi che restano.
È molto più facile fare finta che tutto vada bene. Non si comprende quanto sia grande la fede in ciò che conta davvero quando bisogna crederci da soli, mentre tutti gli altri intorno scatenano diffidenza o aggressività.
Le mia è solo una delle storie che si raccontano nelle città del Sud. Come Barletta, la città della Disfida, dove si sente ancora la voce del fantasma di Fieramosca che ricorda a de La Motte l’amara sconfitta per il giudizio fatale nei confronti degli italiani. Era il tempo in cui vincere contava davvero.
Allora mi chiedo, mentre l’austero Eraclio mi osserva dall’alto, cosa ci sia accaduto se appare così complicato spiegare ai giovani cosa vuol dire cercare lavoro o crearlo anche qui in maniera intelligente per non farsi sfruttare da chi non sa neanche cos’è un contratto di lavoro.
Le stesse perplessità investono il ricordo di Federico Puer Apuliae, che ha conosciuto fin da subito le grandi speranze dell’eterna gioventù, incapace di liberarsi di una questione culturale per cui lasciare i rifiuti lungo le strade non è ancora considerata una vergogna senza scuse.
Non si può raccontare, se non con tante contraddizioni, l’amore per la propria terra. Sono giovane e voglio cambiare ancora tante cose. Se non sapessi che si possono cambiare, non avrei il coraggio di svolgere il mio lavoro, non riuscirei a insegnare.
Comprendo quindi che tornare a casa è solo l’inizio di una guerra più grande, necessaria per dimostrare che i pregiudizi su luoghi come questo non sono più forti della capacità di cambiare tutto ciò che si può.
Ci credo ogni giorno, da molti anni ormai. Eppure mi sento sola di fronte alle difficoltà che si superano solo grazie ad azioni collettive. La solitudine di chi torna si può curare solo facendo qualcosa per migliorare ciò che accade intorno.
Qualcuno ha voglia di dire che può bastare così? Possiamo fare di meglio?».





































