Torna l’appuntamento con ‘’Come eravamo’’, la nuova rubrica di Barletta.news24.city che ripercorrerà pagine importanti della storia di Barletta. Al centro di questa narrazione, il periodo della Resistenza nella ‘’Città della Disfida’’, insignita della Medaglia d’Oro al Valor Civile nel 1998 al Valor Militar nel 2004 per il sacrificio di civili e per il coraggio dei militari nella lotta al nazifascismo.

Barletta nella Seconda Guerra Mondiale- Prima di addentrarci nello specifico sui fatti di Barletta e sulle interpretazioni della violenta aggressione tedesca, culminata poi nell’esecuzione dei 10 vigili urbani e dei 2 netturbini del 12 settembre, è necessario inquadrare la città nel contesto della Seconda Guerra Mondiale. Ormai sull’orlo del baratro il fascismo dopo le ripetute sconfitte, la situazione di povertà, la crisi a livello lavorativo e la chiusura delle poche aziende che causarono un elevato tasso di disoccupazione in tutta Italia, minarono l’adesione della “Città della Disfida” al regime. Il malcontento crebbe, ma, nel caso di Barletta, si articolò in un dignitoso e sofferto silenzio o in sporadiche e balbettanti denunce delle proprie personali difficoltà. L’importanza della città di Barletta a livello strategico fu avvertita non solo dai comandi italiani(che poteva contare su 6000 uomini tra tutte le forze armate esistenti), ma anche dagli Alleati prima e, dopo l’8 settembre, dai nazisti. Perché Barletta aveva tutta questa importanza? A questa domanda, bisogna rispondere tenendo ben presente la posizione geografica del centro, che si affaccia sul Mare Adriatico, oltre a considerare che Barletta, all’epoca, fu sede del Deposito Misto Regio Esercito Egeo.

Con il suo Presidio Militare, assicurò quotidiani rifornimenti, via mare, di viveri, vestiario, munizioni, alle truppe dislocate in zona di guerra nei Balcani, in Albania, in Grecia e nelle isole del mar Egeo.  Dopo il 25 luglio del 1943 (destituzione di Mussolini), nel diffuso disorientamento dei Comandi Supremi, ci si poteva aspettare che piazze militari, come quella di Barletta, potessero rientrare nel novero di possibili obiettivi di occupazione alleata o tedesca, in caso di rovesciamento delle sorti belliche. Questa ipotesi motivò preventive misure di difesa, la cui responsabilità ricadde su comandanti intermedi e, nel caso locale, sul colonnello Francesco Grasso. Nelle ore immediatamente successive all’8 settembre, la città, al pari di tanti altri centri italiani, fu avvolta da un iniziale clima di festa, percependo il famoso proclama di Badoglio come un annuncio di fine guerra. La percezione comune che il conflitto fosse terminato si estese, ovviamente, in tutti gli strati sociali civili e anche militari: significativa, in tal senso, una lettera presente nell’Archivio della Resistenza e della Memoria di Barletta, a firma di un fante, Domenico Pandiscia(primo soldato ucciso dai tedeschi il 12 settembre 1943), e indirizzata a sua moglie Nardina. “Mi affretto di più a scriverti che, proprio in questi giorni che mi erano molti in pensiero e dolenti al destino, ci è pervenuta quella bella notizia dell’armistizio. Per ora possiamo stare contenti perché ognuno può vivere tranquillo ed è presente là dove si trova”. Sta di fatto che la guerra a Barletta non finì affatto con la dichiarazione dell’armistizio. I tedeschi, dal canto loro, dopo essersi presi tre giorni di “pausa”, diedero vita ad un continuo botta e risposta, nel cielo barlettano, con gli Alleati via aereo, segno che, nel giro di 3 giorni, la città passò da un clima festivo a un’atmosfera di trepidante paura.

La ‘’battaglia di Barletta’’-L’ufficialità, tuttavia, arrivò solo alle 23:45 del 10 settembre, quando venne trasmesso, al Comando del Presidio capeggiato dal colonnello Francesco Grasso, un brevissimo comunicato che confermava la dichiarazione di guerra tedesca all’Italia. La tempistica, considerando che la “battaglia di Barletta” si svolse nei giorni 11 e 12 settembre, non fu sicuramente ottimale, ma Grasso riuscì comunque ad organizzare una strenua difesa della città. La forte Resistenza concretizzatasi nel centro pugliese si motiva anche con il fatto che, mentre in tutta l’Italia del Centro e del Nord si assistette ad un via-vai generale, i militari a Barletta non si diedero al “tutti a casa” perché sostanzialmente c’erano già. Nella mattinata dell’11, gli italiani, dopo aver tagliato i fili telefonici della postazione tedesca, catturarono tre soldati su quattro ivi presenti e successivamente, riuscirono a fermare due carro armati avversari, facendo prigionieri diciotto tedeschi. E questa è stata una costante nei movimenti della Resistenza meridionale: battersi con disciplina, disperatamente e con schiacciante inferiorità di mezzi. I soldati che hanno combattuto a Matera, Bari, volendo fare alcuni esempi più vicini in termini di kilometri e, ovviamente, a Barletta, non si sono privati di queste componenti. Non sono stati sfiorati dall’idea di “darsela a gambe” o di ricorrere ad abili travestimenti. Nel corso dello stesso giorno, intanto, quattro ufficiali nazisti, provenienti da Cerignola a bordo di un sidecar, forzarono il caposaldo Cittiglio, situato nei pressi del fiume Ofanto, ed entrarono in città. All’ingresso, da via Regina Margherita, un soldato tedesco venne ucciso, mentre, in uno scontro a fuoco in via Pier delle Vigne, fu ammazzato un secondo soldato e ferito un terzo. Quest’ultimo, dopo essersi rifugiato in una macelleria in Piazza Roma, fu preda della folla inferocita e, successivamente, venne ucciso. Questo episodio spiegherà le motivazioni tedesche per il cruento Eccidio di Barletta che si verificò il giorno dopo.

Intanto, nella serata dell’11 settembre, infuriò una cruentissima battaglia in via Andria, intorno alla Chiesa rurale del Crocifisso. L’eroismo di un tiratore scelto, il sergente Guido Giandiletti, fermò l’avanzata del gruppo di combattimento tedesco capeggiato dal luogotenente Frederick Kurtz, in marcia dalle campagne della vicina Spinazzola. Settanta furono i soldati tedeschi catturati grazie alla grande strategia delle truppe italiane, riconosciuta anche da Heino Niehaus, uno dei soldati tedeschi protagonisti dell’occupazione di Barletta e che ha lasciato, alla storia, un diario di guerra. In questo diario, presente e visibile nell’Archivio della Resistenza e della Memoria di Barletta, emerge grande stupore da parte del militare teutonico, che non si aspettava, sicuramente, una forte opposizione da parte delle truppe italiane. Niehaus, invece, conferma una netta supremazia dei soldati italiani che costrinsero di fatto, nella notte, i tedeschi a riorganizzarsi, con il passaggio del comando nelle mani del Maggiore Walter Gericke, celebre per la riuscita di importanti operazioni militari. Timoroso di una possibile reazione tedesca(cosa che poi avvenne), Grasso tentò in tutti i modi di mettersi in contatto con il Comando Superiore di Bari, ma la risposta tradì le aspettative. La richiesta d’aiuto pervenuta da Barletta fu trattata come una banale pratica di ordinaria amministrazione: per loro il destino della “Città della Disfida”, era ormai segnato.

La veemente reazione tedesca-La controreazione tedesca non tardò a concretizzarsi. Nella mattinata del 12 settembre, nel cielo di Barletta comparvero tre bombardieri Heinkel che sganciarono sulla città bombe e spezzoni incendiari. Il bombardamento avvenne in due fasi. Nella prima, con lo spezzonamento, cioè l’impiego di tubi metallici ripieni di esplosivo, che provocarono numerosi feriti tra la popolazione, ma anche notevoli danni alle case, senza contare gli edifici e le chiese colpite, come la chiesa dell’Immacolata in via Milano e il monastero di San Ruggiero. A questa azione, seguì quella del mitragliamento. A entrambe le azioni rispose la contraerea nostrana, ma con scarso successo. Le truppe tedesche entrarono in città da due ingressi. Quelle provenienti dal bosco dell’Incoronata, dopo aver espugnato il posto di blocco sul ponte dell’Ofanto, falciando circa dodici soldati, entrarono in città da via Regina Margherita. Nella lenta marcia di occupazione, non risparmiarono quanti incontrarono, sia civili inermi che soldati indifesi. Cruento, a tal proposito, l’attacco in Piazza della Stazione, in cui falcidiarono quattro soldati di pacchetto alla ferrovia, restati senza nome. Nell’ingresso di via Andria, la divisione “Goering” tedesca occupò il Castello dopo aver accettato la resa del colonnello Grasso. Il colonnello cercò inizialmente di prendere tempo ma, dopo essersi accorto che i teutonici fossero sempre più vicini al centro cittadino, decise di cessare ogni combattimento, evitando un ulteriore spargimento di sangue della popolazione. Si recò al Castello nel reparto distrettuale, ma qui i tedeschi vilmente lo aggredirono e ferirono, prima di deportarlo, come internato militare, in un lager.

La sua prigionia sarebbe durata circa due anni. 2350 furono i soldati italiani catturati dai tedeschi a Barletta, condotti a piedi sino a Trinitapoli, centro a circa 20 km più a nord della “Città della Disfida”. Lungo la via, furono uccisi altri sette/otto soldati italiani che tentarono di fuggire: due presso Barletta, tre lungo il fiume Ofanto, gli altri in altre località. L’atto più cruento tuttavia, si verificò alle ore 9:30. Il comandante tedesco, il maggiore Walter Gericke, preso possesso del Castello, dopo esser stato informato dei fatti di piazza Roma del giorno precedente, si recò prima lì ma, avendo trovato chiuso l’ufficio della polizia annonaria, si diresse successivamente al comando di un distaccamento di circa 150 uomini, verso piazza Caduti. Ordinò che, dalla vicinissima via Vecchia Cappuccini(oggi via Renato Coletta), fossero prelevati, dal Comando di Polizia Urbana, 11 vigili urbani e 2 netturbini.

L’eccidio dei vigili urbani- Perché furono presi e mitragliati dei vigili urbani? Facciamo un rapido passo indietro. Nell’episodio del giorno prima, testimoni furono 3 vigili che assistettero al massacro del tedesco. Significativo, per tale ragione, il fatto che il Comando fosse pressoché vuoto e senza armi. Segno che, con questo atteggiamento conciliante, i vigili temessero una strage. Questi, tuttavia, furono prima interrogati sull’identità degli autori dell’aggressione del giorno precedente ma, non avendo risposto, furono condotti tutti verso piazza Caduti e spinti contro l’edificio delle Regie Poste. Intanto, mentre al maresciallo Francesco Capuano venne intimato di accompagnare un graduato tedesco presso la stazione dei carabinieri, partì un colpo di un cecchino da una delle finestre sovrastanti la piazza. Fu il momento decisivo: l’ufficiale tedesco che fu ferito, comandò, con brevi e secchi ordini, che tutti i vigili e i due netturbini fossero addossati al muro. L’azione cruenta si svolse in pochissimi attimi. I 13, senza che neppure se ne rendessero conto, furono prima fotografati e poi crivellati e colpiti a morte dalle tre mitragliatrici che furono piazzate al suolo a pochissimi metri dal muro. Tre di loro cercarono scampo nella fuga sul retro dell’edificio, ma furono raggiunti e colpiti alle spalle. Erano le 9:30 di domenica 12 settembre 1943: in una città ancora deserta e impaurita per l’attacco da terra e dall’aria a cui era stata sottoposta, si svolse a Barletta uno degli eccidi più violenti, il primo in ordine cronologico in Italia meridionale dopo l’8 settembre.

La “Città della Disfida” tornò ad essere grande protagonista della storia, questa volta però in senso negativo, 440 anni dopo la Disfida di Barletta del 13 febbraio 1503, evento per cui Barletta è ancor oggi riconosciuta in tutto il mondo. 13 furono i cavalieri italiani coraggiosi alla guida del celebre eroe Ettore Fieramosca che cacciarono i francesi guidati da Guy de La Motte e, ironia della sorte, 13 furono i vigili urbani che furono aggrediti dalla Wehrmacht tedesca. L’antiDisfida è però legata all’evento del ‘500 da un valore in comune: l’eroismo. E non quello cavalleresco, ma quello di gente comune, di gente lavoratrice che decise di non sottrarsi al suo tragico epilogo, andando incontro al suo triste destino. Con loro, “crollò un’era per sempre esecrata e ne rifuse in cielo un auspicio di tempo migliore”, come recita la scritta presente sul bassorilievo affisso sul luogo dell’esecrando episodio. Quel muro è rimasto, a distanza di quasi 76 anni, esattamente così: con i segni delle pallottole che suggellano il ricordo imperituro di una patria che ha pagato con sangue innocente, a caro prezzo, l’uscita dall’alleanza con i tedeschi. Caddero in 12 quel giorno. Uno solo, il vigile Francesco Paolo Falconetti si salvò: la vita di Falconetti si legò definitivamente a quella di due donne, Lucia Corposanto e Addolorata Sardella che, con grande coraggio, lo estrassero vivo da quel disgraziato mucchio di cadaveri. in città, prevalse il dolore per il lutto subito, la rabbia e il pianto familiare per quelle perdite impreviste, inspiegabili, assurde nei tempi e nei modi della loro esecutività. Barletta, per anni e anni, rimase stordita da questo evento, tanto che, anche a livello storiografico, fu difficile documentare la verità.

L’importanza della Resistenza di Barletta-Sono diversi i motivi per cui occorre rivalutare il fenomeno della Resistenza a Barletta. In primo luogo, le perdite furono elevate: si contarono 70 vittime tra civili e militari nella città del nordbarese. Questi numeri fanno di Barletta una delle città più colpite dall’aggressione tedesca nell’Italia meridionale. A questo si aggiunge il fatto, che il centro è stato il primo, tra le nostre città, dopo l’8 settembre, a sperimentare la rabbia e la ferocia della rappresaglia tedesca. Cronologicamente è avvenuto prima dell’insurrezione di Matera e dell’eccidio di Cefalonia, a soli tre giorni dalla proclamazione dell’armistizio. Nonostante questi dati significativi, a Barletta la Medaglia d’Oro al Merito Civile è stata conferita solo nel 1998, quella al Valor Militare solo 16 anni fa, nel 2003. Pur tenendo conto di un ritardo considerevole, è indubbio che, grazie all’apporto di giornalisti e storici, siano stati fatti dei passi in avanti nell’ultimo ventennio. Ad esempio, un articolo di fine anni 90’ su “La Repubblica” riguardo l’Eccidio di Cefalonia, a cura del giornalista Mario Pirani, è stato utile per avviare corrispondenze, messaggi, documenti, ricordi riguardo a ciò che avvenne in specifiche località nei giorni post armistizio. E tra le varie lettere pervenute, è balzata agli occhi anche quella scritta da Maria Grasso Tarantino(figlia del colonnello Grasso), che ha dato un notevole contributo per l’assegnazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare a Barletta.

Le testimonianze sono state portate al vaglio delle autorità militari e del Presidente della Repubblica di quel periodo, Carlo Azeglio Ciampi, particolarmente sensibile al tema dell’impegno dei soldati italiani nei movimenti antifascisti e antinazisti. Sotto la sua presidenza ci sono stati infatti, importanti e significativi richiami alla Resistenza, che hanno indotto, almeno una parte dell’opinione pubblica, a cambiare concezione su quanto accadde in Italia meridionale. Una prova di revisionismo storico indispensabile, erto soprattutto alle generazioni più giovani, succubi spesso di una ricostruzione distorta e riduttiva delle vicende nazionali. Tanti attori ammutoliti hanno ripreso a parlare, quasi sempre attraverso la testimonianza di chi è sopravvissuto o ha raccolto di persona il lascito dei suoi morti, e tanti paesi che resistettero alla barbarie nazista, pagando conseguenze durissime, tornano a richiedere che quei sacrifici vengano rievocati. “L’8 settembre 1943, il presidio di Barletta, modestamente armato, ma sorretto dallo spontaneo e fattivo sostegno dei cittadini, volle proseguire sulla via dell’onore e della fedeltà alla patria. Soltanto il 12 settembre, dopo l’arrivo di soverchianti rinforzi tedeschi, il presidio, provato dalle perdite subite e sotto la minaccia della distruzione della città, fu costretto alla resa. Le truppe nemiche, occupata Barletta, per ritorsione trucidarono barbaramente 13 inermi cittadini che unirono così il loro sacrificio al valore dei militari in un comune anelito di libertà. La città di Barletta, fulgido esempio delle virtù delle genti del meridione d’Italia, consegna alle generazioni future il testimone dei valori scaturiti dalla rinascita della patria e dalla conquista della democrazia e della pace”, è questa la motivazione ufficiale che ha permesso, alla città di Barletta, di poter beneficiare della Medaglia d’Oro al Valor Militare. Fortunatamente dunque, grazie a chi non si è mai arreso, la forte opposizione dei soldati militari in via Andria, l’Eccidio dei Vigili Urbani, la generosità e la solidarietà delle donne, ha diritto di essere chiamato “Resistenza” e di entrare finalmente a far parte della memoria storica degli italiani.

A cura di Giacomo Colaprice